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gennaio 16 2007

TIME WARNER TAGLIA 150 POSTI DI LAVORO

La tendenza è ormai chiara, internet è destinata a cambiare per sempre il futuro dei gionali. Lo si sa da anni, ma ora dopo che il New York Times, che guadagna di più con l'edizione online che non con quella su carta, la tendenza si conferma anche nei settimanali e nei mensili. Il gruppo editoriale Time che, oltre al prestigioso settimanale, pubblica riviste come People, Sports Illustrated e Fortune ha intenzione di tagliare quest'anno circa 150 posti di lavoro, oltre la metà dei quali giornalisti o responsabili editoriali. Cambierà sia il moTdo di lavorare dei periodici del gruppo Time Warner, che controlla anche Cnn e Aol, sia il sistema redazionale. Verranno infatti smantellati alcuni uffici, come quello storico di Parigi. Rimarranno i corrispondenti, che senza ufficio e segretarie. In un lungo articolo il New York Times ricorda che gli articoli di People, dedicati a star del gossip, in realtà pezzi che sono poco più lunghi di una didascalia sono scritti da ben sette persone, e poi riscritti in modo definitivo da una ottavo giornalista, in redazione. Il quale fa anche le telefonate di verifica. D'ora in poi, ogni articolo verrà scritto da un solo redattore, mentre le case dei corrispondenti diventeranno, con l'installazione di semplici postazioni laptop journalist, veri uffici domestici.
postato da: Sal alle ore gennaio 16, 2007 12:29 | link |
categorie: usa , time, , new york times
gennaio 14 2007

NEL 2043 IL NEW YORK TIMES CHIUDE

Uno tra o più seri studiosi dell'editoria americana, Philip Meyer, ha fatto un'ipotesi che non ha reso felici i giornalisti Usa. Secondo le sue valutazioni l'ultima sgualcita copia su carta del New York Times sarà acquistata nel 2043. La crisi di vendite che affligge i quotidiani da venti anni lascia pensare che la previsione sia realistica, se non addirittura ottimistica.
postato da: Sal alle ore gennaio 14, 2007 18:32 | link |
categorie: usa , new york times, philp meyer
dicembre 12 2006

IL NEW YORK TIMES SVELA L'IDENTITA' DI UNA FONTE SUL VIETNAM

Più o meno ci sono voluti quasi quarant'anni. Ma alla fine il New York Times ha svelato l'identità di una gola profonda che resisteva da più tempo di quella dello scandalo Watergate. Un generale a tre stelle, oggi pensionato novantenne alle Hawaii, era la fonte di un articolo del 1967 che fece scalpore, perchè rivelava i dubbi all'interno dell'Esercito Usa sulla possibilità di vincere la guerra in Vietnam.

Il generale, Frederick Weyand, era l'alto ufficiale anonimo che permise al celebre giornalista del New York Times R.W.Apple Jr, morto nelle scorse settimane, di scrivere un pezzo in prima pagina che generò scalpore a Washington e Saigon e aprì la strada al cambio di umore dell'opinione pubblica americana sul Vietnam. Nell'articolo, l'ufficiale affermava che il generale William Westmoreland, il comandante delle forze americane in Vietnam, non comprendeva che la guerra era "impossibile da vincere"'. La fonte anonima spiegava nei dettagli cosa non funzionava nell'approccio  mericano alla guerra e perchè sarebbe finita come effettivamente andò.

In un'epoca in cui gli Usa temono di trovarsi in una situazione simile in Iraq, Weyand ha autorizzato la pubblicazione del suo nome e la vicenda è stata ricostruita sul quotidiano di New York da Murray Fromson, all'epoca corrispondente della televisione Cbs, l'unico altro giornalista insieme ad Apple ad aver raccolto le confidenze dell'ufficiale.

Weyand divenne in seguito il generale incaricato di gestire la ritirata dal Vietnam e fu poi nominato capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Adesso che Apple e Westmoreland non ci sono più, l'anziano ufficiale in pensione ha voluto affidare la vicenda e la sua soffiata al giudizio degli storici.
postato da: Sal alle ore dicembre 12, 2006 21:51 | link |
categorie: vietnam, watergate, new york times
dicembre 4 2006

GLI STUDENTI DI GIORNALISMO DELLA COLUMBIA BARANO

Capita, anche agli altri. Una situazione davvero incresciosa. Alla scuola di giornalismo della Columbia University alcuni studenti avrebbero barato durante l'esame di Etica Professionale. La vicenda ha fatto scattare un acceso dibattito interno tra gli studenti della prestigiosa "Graduate School of Journalism" che temono adesso che l'episodio, dai contorni ancora imprecisati, possa macchiare il riconoscimento accademico che stanno faticosamente perseguendo.
  Ha detto Jack Ghillum, uno degli studenti: "E' una vicenda che potrebbe perseguitarci per anni. Sto pagando più di 40 mila dollari all'anno per frequentare questi corsi, non voglio uscire dalla Columbia University con un riconoscimento macchiato dal sospetto''.
I responsabili della Scuola di Giornalismo hanno convocato una riunione, con partecipazione obbligatoria, per tutti gli studenti iscritti, per discutere la vicenda.
L'episodio sarebbe accaduto durante l'esame finale del corso di Etica Professionale. Gli studenti avevano un arco di tempo di 48 ore per collegarsi col sito web della Columbia e dare il loro esame via computer. Poi entro 90 minuti dall'inizio del collegamento dovevano scrivere due saggi centrati su problemi etici del mondo del giornalismo.
Apparentemente almeno uno studente, ma potrebbero essere di piu', avrebbe barato ottenendo in anticipo il contenuto dei temi che l'esame di etica avrebbe presentato agli studenti. Ha ammesso Barbara Fasciani, responsabile delle relazioni esterne dell'università: "Vi è stato qualche problema nel modo in cui l'esame è stato effettuato e vi sono stati problemi di trasmissione di informazioni e di tempo usato per completare l'esame".

Questo però non è che l'ultimo di una serie di scandali che hanno costellato negli ultimi anni il mondo del giornalismo americano. Tra i più celebri c'e' quello di Jayson Blair, il giovane reporter del New York Times che prelevava dai resoconti dei giornali concorrenti i dettagli e gli aneddoti dei suoi articoli. La vicenda ha destato l'interesse dei media americani e gli
studenti di giornalismo si sono trovati improvvisamente dalla parte opposta della barricata, alle prese con i microfoni ed i taccuini dei reporter inviati al campus della Columbia University per fare dei servizi sulla clamorosa storia.

Qualcuno ha anche cercato di trovare un aspetto positivo nella vicenda. Ha dichiarato al Washington Post Kate Grace, studentessa di 26 anni: "Ho imparato piu' negli ultimi sette giorni, inmateria di etica, che nei sei mesi precedenti di corso. So tutto su come dare interviste, come reagire alle informazioni anonime, come evitare i giornalisti ansiosi di strapparti dichiarazioni". L'insolito rovesciamento delle parti, con gli studenti di giornalismo inseguiti dai colleghi più esperti, ha provocato comunque anche una vasta preoccupazione per gli iscritti al corso e sulla considerazione che il pubblico avrà di questi futuri giornalisti, in attesa che si riesca a smascherare i responsabili. Si chiede Caroline Preston: "Cosa accadrà quando andremo a chiedere posti di impiego? Saremo considerati tutti dei potenziali frodatori?". Forse questa scuola dovrebbero spostarla in Italia.    
postato da: Sal alle ore dicembre 04, 2006 23:57 | link |
categorie: stati uniti, new york times, columbia university
novembre 30 2006

GREENBERG RASTRELLA AZIONI DEL NEW YORK TIMES

Maurice R. Greenberg,  ex presidente del colosso assicurativo statunitense Aig, avrebbe cominciato a comprare azioni del New York Times, con l'obiettivo d'indebolire l'assetto di controllo del giornale da parte della famiglia Sulzberger. Lo dice il New York Post, aggiungendo che Greenberg avrebbe intenzione di rilevare ingenti quantitativi di titoli, nella considerazione fra l'altro che il New York Times, che ha una valutazione di mercato di circa 3,3 miliardi di dollari, agli attuali prezzi di Borsa è da ritenere sottovalutato. Alcuni azionisti del Nyt, come Morgan Stanley Investment Management, sono contrari all'attuale assetto del gruppo, che consente appunto il controllo da parte della famiglia Ochs-Sulzberger. Greenberg è stato per anni un personaggio di primo piano nella Corporate America, per rimanere travolto dallo scandalo relativo alla contabilità di American International Group, che lo costrinse alle dimissioni.
postato da: Sal alle ore novembre 30, 2006 19:03 | link |
categorie: new york, new york times, new york post
novembre 29 2006

L'INDIPENDENZA CALPESTATA

La questione è sempre la stessa. Il segreto professionale da una parte, i giudici che indagano su qualche caso dall'altra, i giornalisti sottoposti a restrizioni, perquisizioni, controlli. Qui da noi, in Europa e anche negli Usa. Su un provvedimento della Corte Suprema, relativo alle telefonate di due giornalisti del New York Times, è intervenuta Reporters sans Frontières con un comunicato che qui riporto qui sotto.

La verità però, secondo me, è che nè gli editori, nè i direttori dei giornali hanno la più la capacità di proteggere i loro giornalisti, anche in casi come questi. Le fonti non si rivelano, le telefonate non s'intercettano, il giornale deve essere una cassaforte. Ma tutti sappiamo che non è così. Ho visto direttori, per molto meno, abbandonare i propri giornalisti alla furia di qualche politico stizzito per commenti o cronache non adeguate. Basti pensare a quello che Berlusconi ha detto in questi anni contro giornali e giornalisti, lui che avrebbe dovuto essere lo specchio di un paese libero con una stampa indipendente, mille miglia lontano dal potere politico. 

Il conflitto d'interessi è generale, gli editori puri, se mai ci sono stati, sono scomparsi da trent'anni, l'economia, la finanza, poteri che assomigliano molto a quelli mafiosi si sono insinuati nel mondo dell'informazione in un modo così eclatante e arrogante che non siamo più capaci di capire fin dove sono arrivati a tracciare i loro confini.


From Rsf

Press release
28 November 2006

UNITED STATES
NEW YORK TIMES FORCED TO HAND OVER PHONE RECORDS IN BLOW TO CONFIDENTIALITY OF SOURCES


Reporters Without Borders voiced deep regret today at yesterday's refusal by the US supreme court to stay implementation of a federal court ruling requiring the New York Times to surrender the phone records of two of its journalists. The organisation reiterated its appeal to congress to pass a federal shield law that would protect journalists' sources.

"The supreme court's decision is another setback for the confidentiality of sources," Reporters Without Borders said. "The courts and the federal government can always use national security as an argument to force journalists to hand over their phone records, although it is hard to see how respect for professional secrecy would threaten US internal security in this case."

The press freedom organisation added: "This decision is unfair and dangerous, and we have no illusions about the outcome of the appeal the New York Times plans to address to the supreme court on the substance of this case. It is therefore vital that the congress that was elected on 7 November should make room on its agenda for a vote on a law giving federal protection for the confidentiality of sources."

Yesterday's ruling concerns information obtained by New York Times reporters Judith Miller and Philip Shenon shortly after 9/11 about Islamic charities suspected by the FBI of links with terrorism. After Miller and Shenon learned that the government planned to freeze the charities' assets and contacted them for a comment, the justice department began an investigation to determine the source of the leak.

Citing New York state legislation and the US constitution's first amendment, New York judge Robert W. Sweet ruled in favour of the two journalists on 24 February 2005. Federal prosecutor Patrick Fitzgerald referred the case to a federal court a year later.

The Manhattan federal appeal court ruled on 1 August of this year that the first amendment does not protect the confidentiality of journalists' sources and ordered the New York Times to hand over the phone records to the grand jury that is investigating the leaks. The newspaper thereupon asked the supreme court to stay implementation of this order, finally receiving a rebuff yesterday.

Miller spent 12 weeks in prison, from 6 July to 29 September 2005, for refusing to name her sources in a separate case. She has since left the New York Times.
_______
postato da: Sal alle ore novembre 29, 2006 08:43 | link |
categorie: usa , new york times, reporters sans frontières
novembre 25 2006

IL VAGABONDO CRONISTA

A suo modo è stato un perfetto cronista. Ieri è morto a Napoleon, in Ohio, il re dei vagabondi Usa, Maurice W. Graham, 89 anni, meglio noto come Steam Train Maury oppure Gran Patriarca degli Hobos. Personaggio tanto singolare che anche il New York Times, nella pagina dei necrologi, gli ha dedicato un lungo articolo. Nominato alla convention annuale per cinque volte re degli Hobos, cioe' i vagabondi che in linea con l'immaginario collettivo viaggiano sui treni merci, era stato eletto Gran Patriarca nel 2004. Da cronista aveva scritto nel 1990 "Sulla strada ferrata", un libro reportage dove aveva raccontato le sue straordinarie e spesso drammatiche avventure.
postato da: Sal alle ore novembre 25, 2006 14:20 | link |
categorie: stati uniti, new york, new york times
novembre 20 2006

TRIBUNE SOTTO TIRO

Si infittisce la lista dei pretendenti all'acquisto di Tribune Co, il gruppo editoriale cui fanno capo tra l'altro il Los Angeles Times e il Chicago Tribune. Al primo polo del settore Gannett, che controlla il quotidiano più diffuso negli Stati Uniti, ovvero Usa Today, si profila l'interesse anche di Maurice "Hank" Greenberg, l'ex numero uno del colosso assicurativo Aig. Alla Tribune (+1,34 per cento la quotazione in Borsa a 32,46 dollari), che possiede anche stazioni tv e la squadra di baseball dei Chicago Cubs, guardano diverse società di private equity, nonchè i miliardari Ronald Burkle, il re dei supermercati californiani, insieme all'immobiliarista Eli Broad, mentre David Geffen, socio d'affari di Steven Spielberg, sarebbe interessato soltanto all'acquisto del Los Angeles Times.

Il gruppo Gannett è segnalato dal Wall Street Journal, mentre nel caso dell'81enne Greenberg, secondo il New York Times, ci sarebbe la decisa volontà di fare investimenti nel settore dell'editoria, a dispetto delle difficoltà sempre più critiche in cui versa. L'ex numero uno della Aig, costretto a lasciare le cariche a seguito delle indagini avviate dalla procura di New York sulla stipula di alcuni contratti ritenuti sospetti, starebbe guardando a tutto campo perchè nel mirino sarebbe finito anche il Boston Globe, nel portafoglio del New York Times, che interessa anche a Jack Welch, l'ex capo di General Electric. Greenberg, secondo voci riportate da NY Times avrebbe come potenziale obiettivo anche Dow Jones & C., la società che pubblica il Wall Street Journal.

Intanto, sul settore si profila un'altra maxi-operazione di buyout, dopo quella di oltre 10 miliardi di dollari che ha interessato Univision la tv in lingua spagnola, la Clear Channel Communications, il primo gruppo di radio negli Stati Uniti, farebbe gola alla cordata di fondi di private equity Kkr e Providence, e a quella composta da Bain Capital, Texas Pacific e Thomas Lee Partners.
postato da: Sal alle ore novembre 20, 2006 21:18 | link |
categorie: usa , stati uniti, giornali, editori, wall street, new york times, dow jones, gannet
novembre 16 2006

TOP TOP TOP

La classifica dei 100 quotidiani Usa più venduti. Pubblicata dalla NewsPaper Association America. Il New Haven Register è ultimo con più di 200 mila copie giornaliere, il New York Times terzo e UsaToday sempre primo.
postato da: Sal alle ore novembre 16, 2006 18:25 | link |
categorie: usa , stati uniti, new york times