Giornalisti, razza di corporativi
Leggo molto raramente GnuEconomy, un po' perché non trovo argomenti interessanti, un po' perché è un blog che pontifica molto e non dice nulla. Oggi però mi è stato segnalato un post di questo Gianluca Neri, credo sia il titolare del negozio, che conduce una lunga disquisizione su che cosa è, o non è, la professione del giornalista. Lo spunto è un intervento censorio di Franco Abruzzo, presidente dell' Ordine dei Giornalisti della Lombardia, nei confronti di un direttore di giornale. Io non so che cosa faccia di mestiere Neri, so invece chi è Abruzzo che, negli anni in cui mi occupavo del sindacato dei giornalisti della Mondadori, ho incontrato alcune volte E' un personaggio molto controverso, che raccoglie più dissensi che consensi, se ne può dire tutto il bene e il male possibile, è però uno che difende sempre con onestà i principi di questa professione. Quella di GnuEconomy invece mi è parsa la solita biliosa invettiva contro un mestiere che non è obbligatorio fare a tutti i costi. Se Neri pensa di comunicare meglio con il suo blog evviva. Il mercato è libero e nessuno gli chiederà una tessera. Per ora nemmeno il perfido Abruzzo.
Emeregency, da oggi il quotidiano di Gino Strada
E' da oggi on line PeaceReporter, il nuovo quotidiano di Emergency. Il giornale Internet voluto da Gino Strada, diretto da Maso Notaraianni, realizzato da una redazione di quindici giornalisti nella sede di Emergency a Milano in via Bagutta 12, editore la Cooperativa Dieci. Il sito è scritto in italiano, inglese, francese e spagnolo. Una sorta di grande network che raccoglie collaboratori sparsi in tutto il mondo e scelti tra le organizzazioni umanitarie, missionari e personale diplomatico. "Avevamo bisogno ancora di un po' di tempo per rifinire il sito, rodare la macchina, aggiustare le altre lingue- scrive nel suo editoriale il direttore- Ma le stesse ragioni che ci hanno spinto a fare questo giornale, ci hanno costretto ad uscire oggi. “Cessate il fuoco” è talmente simile, nei suoi contenuti, a quello che PeaceReporter vuole diventare da grande che ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: usciamo. Subito. Al lavoro. Di giorno, di notte. Ma dobbiamo esserci".
Va da sè che il miglior giudizio lo daranno i lettori, 200 mila al giorno come obiettivo dichiarato per arrivare ad 1 milione a fine 2004, ma la partigianeria dei contenuti è già molto evidente adesso. Si capisce subito che Gino Strada e i suoi amici sono uomini voluti dalla Provvidenza per indossare i panni dei missionari di pace. Siamo contro la guerra che è uno strumento vecchio e barbaro, dicono. In questo editoriale di apertura però non c'è un accenno ai terroristi, alle migliaia di persone che sono morte sedute nei propri uffici nei grattacieli della città più libera, pacifica e multietnica del mondo. Altrochè povertà. Qui non ho letto una sola parola sui kamikaze che in Israele si fanno esplodere nei centri commerciali, nei bar, davanti alle scuole. Per non dire dei nostri carabinieri saltati in aria mentre cercavano di convincere gli iracheni che il maresciallo Rocca anadava bene anche in quel paese di geurrafondai. Il giornale di Gino Strada dimentica questo e molto altro.
Nella sezione dedicata a Cuba sembra che Fidel Castro non esista. I cubani fanno la fame perché l'America è un Paese di bastardi che li boicotta da decenni, mica perché Castro è un dittatore. Nelle prigioni de l'Avana sono rinchiusi centinaia di dissidenti, decine di giornalisti, ma Gino Strada non lo sa. Mi ha fatto sorridere invece la storia d'Israele, raccontata come la fiaba dell'orco cattivo e dei palestinesi buoni. Il simbolo di questo giornale è una colomba colorata con la bandiera della pace, non è solo missione, è scelta politica.
Le Monde, comprati i cattolici francesi
Il gruppo Le Monde è entrato in possesso di una quota pari al 56 per cento del gruppo editoriale francese Publications de la Vie Catholique, ovvero Pvc, del quale era proprietario Jean-Pierre Hourdin. La decisione di cedere le azioni di maggioranza è stata presa dal consiglio di sorveglianza del gruppo francese. Il Comitato d'Impresa, che riunisce i dipendenti del gruppo, si era invece fermamente opposto alla vendita dell'editrice. La Pvc pubblica numerosi periodici, tra il quali La Vie e Télérama, punto di riferimento culturale per tutti i cattolici francesi. Entusiasta invece Jean Marie Colombani che ha detto che nel 2004 Le Monde avrà completato la sua espansione nel settore della stampa quotidiana e periodica nazionale, in quella locale e nei libri.
Time, Warner Music cambia etichetta
Il gigante dei media Time Warner ha venduto la sua divisione musicale, Warner Music, per 2,6 miliardi di dollari cash alla cordata di Edgar Bronfman jr e Thomas H. Lee Partners. Una quota del 20 per cento della nuova società potrà però essere acquistata da Time. Il magnate Bronfman jr. e i suoi soci sono riusciti ad aggiudicarsi il business discografico spuntandola sulla concorrente britannica Emi, che ha rinunciato, in chiusura di trattativa, all'acquisto.
Le Monde, la Guzzanti in italiano
A Le Monde la storia della Guzzanti piace. Ne pubblica on line un lungo pezzo spiegando perché "L'Italia si è mobilitata" contro la sospensione del programma. La faccenda curiosa, e inusuale per Le Monde, è che per spiegare chi è Sabina Guzzanti lo fa con un link che riporta ad una biografia in italiano.
Liberate Tareq Aziz, chi ha firmato che cosa
Su I Love America di qualche giorno fa trovo questo interessante post che fa riferimento ad uno precedente di Massimi Sistemi e ad un appello lanciato da Arab Monitor da un gruppo di persone che chiedono l'immediata libertà per Tareq Aziz, l'ex vice di Saddam Hussein, l'uomo dalla faccia buona e dall'animo di un macellaio di bambini che qualche giorno prima della liberazione dell'Iraq venne dal Papa ad implorare pietà. Ora Aziz, credo, soggiorni in qualche località ben protetta dagli americani. Detto ciò ci sono persone in Italia che si sono date da fare per diffondere e far sottoscrivere un appello che chiede la liberazione del vice di Saddam. Il testo e i firmatari li potete leggere voi stessi, alcuni sono nomi conosciuti, altri meno, la maggior parte sono operai, studenti, impiegati.
Premesso che ognuno ha la piena libertà di lanciare tutti gli appelli che vuole, un deputato di An lo ha fatto perfino per Erich Priebke, è singolare che tra i firmatari ci sia una cooperativa che ha avuto un suo progetto finanziato dalla Regione Lombardia di Roberto Formigoni, cioè con un contributo pubblico dello Stato che aveva tra i suoi dipendenti anche i carabinieri di Nassirya.
Leggo la firma di Dropout Officina dell'Immagine e scopro che al sito di FormaLavoro della Regione Lombardia c'è questo allegato in .pdf. E' di 54 pagine, alla 28 si trova la dicitura "Dropout Officina dell'Immagine Piccola Società Coopertiva arl", associazione che ha presentato, non si capisce in quale anno, un progetto per "Esperto di regia televisiva" e che per questo ha ricevuto una quota pubblica di 131,200.00 euro.
Su Internet tutto può essere, anche che quella firma non sia autentica o che non sia di Dropout, che l'appello sia una burla. Resta il fatto che trovo contradditorio che lo Stato finanzi un ente che è, almeno in questa circostanza, palesemente contrario alla sua politica. Ovviamente ogni smentita sarà ben accetta.
Silvio Berlusconi 3
La terza volta che incontro Berlusconi è alla fine degli anni Ottanta, quando il Cavaliere esce vittorioso dalla "guerra" di Segrate che lo opponeva a Carlo De Benedetti e ottiene, anche grazie all'ormai noto lodo Mondadori, il controllo della più grande casa editrice italiana. Io da un anno sono membro del comitato di redazione del gruppo editoriale. Sono cioè, insieme ad altri quattro colleghi, il rappresentante sindacale di quasi cinquecento giornalisti. L'ingresso di Berlusconi in Mondadori non piace per nulla alla maggior parte di noi, così come risulta da una serie di assemblee e da un pacchetto di giorni di sciopero che ci viene affidato dalla maggioranza dei colleghi. La preoccupazione vera non riguarda il posto di lavoro e nemmeno lo stipendio, ma il rischio che una concentrazione editoriale così potente nelle mani di uno stesso uomo possa ledere la libertà di stampa, di espressione e sia un ostacolo al pluralismo dell'informazione.
Il nuovo proprietario della Mondadori ha già nel 1990 tre reti televisive nazionali, una casa editrice di rilievo che comprende Il Giornale di Montanelli e ora anche l'impero di Segrate. Per noi, per tutti, per la maggior parte degli osservatori è troppo. Così decidiamo di chiedere un incontro con Berlusconi perché ci spieghi che cosa ne vuol fare della Mondadori, delle sue testate come Epoca e Panorama, e vorremmo conoscere i piani industriali, commerciali ed editoriali. E soprattutto c'interessa capire come pensa di risolvere la questione della "concentrazione editoriale" e naturalmente quella più prosaica della pubblicità. In quegli anni Berlusconi non è ancora entrato in politica, si sa che ha simpatie per Craxi, ma tutto il suo interesse sembra concentrato sulla possibilità, finalmente concreta, di entrare da protagonista nel salotto bene della Milano che conta, quella dei Mondadori, Formenton, Pirelli, Falck e di quello che resta della Rizzoli.
Il primo, dei tre che avremo con Berlusconi, avviene un mattino all'ultimo piano del palazzo Niemayer di Segrate. Attorno al tavolo della sala riunioni della dirigenza mondadoriana ci sono Berlusconi, Gianni Letta e Renzo Modiano, capo del personale della casa editrice. Dall'altra parte io e i miei quattro colleghi del comitato di redazione. Gli uomini che ci stanno di fronte, eccetto il capo del personale che ci conosce bene, hanno già la certezza che almeno tre di noi sono comunisti. Nei giorni precedenti l'incontro alcuni direttori hanno compilato una lista di possibili giornalisti comunisti. Personalmente non l'ho mai vista, ma quando Berlusconi ha invitato per giorni a turno a cena nella sua villa tutte le redazioni del gruppo, alcuni sono stati esclusi dal ricevimento. Io ero tra questi, così come pochi altri. Penso che l'inziativa della lista di proscrizione non sia partita da Berlusconi, ma sia stata opera di un gruppo di direttori, che nel tentativo di trasformarsi in tappetini da calpestare abbiano perso il senso della realtà. Tant'è vero che nessun membro del cdr aveva tessere comuniste, e per quanto mi riguarda sono stato simpatizzante per anni del Partito Repubblicano e collaboratore del quotidiano La Voce Repubblicana. Sono stato comunista solo in quei giorni.
La riunione comincia con le strette di mano, ma il clima non è rilassato. Per di più c'è un ostacolo fisionomico. Io porto i baffi e un collega di Panorama ha anche la barba. Avrebbe un'ombra di baffi pure la collega di Epoca, ma su questo sarebbe complesso aprire un dibattito. Com'è noto Berlusconi non sopporta barba e baffi. Si dice che il bravo Marino Bartoletti, giornalista sportivo che è passato in quegli anni dalla Rai alla Fininvest, se ne sia dovuto andare da Milano 2 proprio perché aveva grandi baffi scuri e nessuno lo voleva mandare in video. Può essere che a Berlusconi gli ricordino Stalin, quello che è certo è che nessuno di quelli che lavorano con lui, o vanno in onda su Canale Cinque, ha una qualche forma di peluria sul volto. Ma lì siamo a Segrate e c'è la delicata faccenda della concentrazione editoriale da discutere. Altrochè baffi. Tanto potere nei giornali nelle mani di un solo uomo mette in pericolo la libertà di stampa? Giornali così forti e diffusi non rischiano di modellare un'opinione pubblica verso un unico interesse? E di quanta libertà di giudizio potranno godere i giornalisti del gruppo?
Noi arriviamo dalla Mondadori storica di Arnoldo e poi da quella del libertario Mario Formenton. Uomini a cui non era certo necessario chiedere garanzie, loro stessi erano il nostro passaporto libero nei confronti del potere economico e politico. Le grandi inchieste di Panorama avevano, fino ad allora, fatto la storia del giornalismo indipendente. Ma Berlusconi, che ha affari ovunque e sul quale gravava già allora il peso della P2 di Licio Gelli, sarà così? A lui, quel giorno, chiediamo di esporci i suoi progetti editoriali, di fugare ogni dubbio, di darci certezze sul piano dell'assoluta libertà.
E qui si scopre il grande equivoco, Berlusconi non sa nulla di piani, è lontano mille miglia dalla faccenda della concentrazione editoriale, lui crede, lo ha sempre pensato, che noi fossimo lì per parlare di soldi. Un aumento di stipendio per tutti i giornalisti del gruppo, al di fuori del contratto integrativo aziendale, tanto consistente che Letta e il capo del personale gli suggeriscono sottovoce di valutarlo prima in un'altra sede. Insomma, parliamo di quattrini che ci mettiamo d'accordo. E mentre dice questo fa un gesto che non ho mai dimenticato, mette una mano all'interno della sua elegante giacca doppiopetto di Caraceni dalla parte del portafoglio e con l'altra fa il segno del denaro con le dita. Può darsi che sia stato del tutto casuale, che in realtà si sia aggiustato soltanto la piega della camicia, che il portafoglio nemmeno l'avesse come Gianni Agnelli, che il movimento di pollice e indice fosse involontario, ma in quei momenti mi era sembrata una faccenda tutta diversa. Debbo dire, per verità di cronaca, che non ho mai notato, nel corso di tutta quella lunga riunione alcun proposito di malafede in lui. Era soltanto che Berlusconi non immaginava nemmeno lontanamente che in un incontro aziendale, tra padrone e dipendenti, si potesse parlare d'altro che di soldi.
Così, dopo aver ascoltato le nostre richieste ed averci esposto la sua offerta, mi guarda fisso negli occhi. Io credo di avere mostrato il lato peggiore di me e lo osservo stupito, gli dico che se fosse per denaro non mi sarei seduto a quel tavolo, che i giornalisti della Mondadori hanno ottimi stipendi, che il contratto si rinnova l'anno prossimo, ma soprattutto che io e i miei colleghi siamo lì per questioni di doveri, di diritti e soprattutto di principi. Che abbiamo chiesto l'incontro per sapere da lui come pensa di gestire, secondo quali programmi di libertà e indipendenza, il più grande gruppo editoriale d'Italia. Lui sorride, ma in realtà non lo sa e nemmeno gli interessa tanto. Guardo i miei colleghi, insistiamo ancora per tenere la trattativa in piedi ed evitare lo sciopero, ma le parole restano sospese sul tavolo. Chiedo di sospendere la riunione, dico a Berlusconi che forse non abbiamo più molto da dirci e che dobbiamo raccontare l'incontro all'assemblea dei colleghi.
Lo guardo mentre si allontana nel corridoio. Capisco che tutto quello che ha detto è esattamente quello che pensa, che è un uomo spontaneo, che è convinto che sui soldi ci si troverà sempre d'accordo. Ma questa storia del principio di libertà d'informazione, della concentrazione del potere mediatico e oggi anche del conflitto d'interessi sono solo ostacoli da intellettuali perditempo. Soprattutto per lui che deve difendere, ora anche con il potere politico, il suo immenso patrimonio economico. Sono però certo che in lui ci sia sempre un fondo di onestà cristallina, intatta, che si porta dietro da sempre, fin da quando non aveva nulla di ciò che oggi possiede. Qualsiasi uomo di modesta cultura, figlio della piccola borghesia milanese conservatrice, più dedito agli affari che ai libri, più all'azione che al pensiero sosterrebbe che i temi morali, non quantificabili in concreto, non visibili, non tangibili, sono ore sottratte al lavoro e all'unico valore riconosciuto che è il benessere economico e dunque al denaro.
Quel giorno eravamo dunque davvero troppo distanti per trovarci d'accordo.
Silvio Berlusconi 2
La seconda volta che incontro Berlusconi è ad una festa di Mike Bongiorno. Siamo a Milano nella prima metà degli anni Ottanta. La "Milano da bere", quella degli stilisti, di Bettino e di suo cognato il sindaco Pilli Pillitteri. Io sto a Retequattro, allora di proprietà Mondadori, e faccio il telecronista in un programma condotto da Maria Teresa Ruta che si chiama "Caccia al Tredici", in uno di sci di Mario Cotelli, ex allenatore della Valanga Azzura di Thoeni, e in un uno dedicato agli sport americani con Bruno Longhi. La rete mondadoriana è una pacchia, tutti spendono, bruciano e buttano. I quattrini escono e non entrano. Ormai c'è un buco che si allarga, si parla di chiusura, non ci sono più certezze. Tutto resta avvolto nel segreto più totale. La Mondadori ha centinaia di giornalisti, migliaia d'impiegati, è quotata in borsa. Ci sono azionisti da difendere. Se trapela una notizia l'impero di Segrate si sgretola.
Nel mezzo di questa tempesta una sera vengo invitato dalla Fininvest ad una festa all'hotel Principe di Savoia. E' una specie di compleanno di Mike Bongiorno che festeggia non so quanti anni di televisione. La festa è all'ultimo piano. Mi piazzo davanti all'ascensore e mentre entro altre due persone s'infilano con me. Uno è Roberto Giovalli, allora direttore di Canale Cinque, e l'altro è Silvio Berlusconi. Sono amico di Giovalli da molti anni, è torinese anche lui, e stavamo insieme nella tv degli spogliarelli. Quando si accorge che il terzo nell'ascensore sono io mi presenta a Berlusconi. "Silvio- dice- questo è un mio amico che fa il giornalista a Retequattro". Il futuro Cavaliere spalanca la sua bocca a salvadanaio, sorride, mi dà la mano e dice: "Ah, allora mi sa che ci vedremo presto". Il segreto che tutela gli azionisti si è bruciato. Le porte dell'ascensore si aprono, Berlusconi e Giovalli attraversano a grandi falcate il salone e vanno ad abbracciare Mike. Io mi siedo ad un tavolo accanto, sento Berlusconi che racconta una barzelletta e tutti ridono.
Quando torno a casa mi rendo conto che Berlusconi ha rivelato quello che l'intera Milano cerca di fargli dire da settimane. Lo ha detto a me che sono uno sconosciuto. Potrei il giorno dopo comprare e rivendere titoli Mondadori. Un mattino entrano nel palazzo di Retequattro i dirigenti Fininvest, il giorno dopo l'annuncio, la rete è stata venduta a Berlusconi, il rubinetto è chiuso. E non è una barzelletta.
Tra poco Berlusconi 3, restate connessi.
Silvio Berlusconi 1
Ho incontrato Silvio Berlusconi tre volte, in tre occasioni molto diverse tra loro. La prima alla metà degli anni Settanta. Facevo il cronista per un programma sportivo di una delle prime emittenti private di Torino. Quando si chiamavano televisioni libere e non erano ancora a colori. Per dire. Un giorno un amico che fa il tecnico in una radio di Milano mi dice che c'è un certo Berlusconi che ha messo su una televisione e che sta spendendo un sacco di quattrini. L'esatto opposto nostro, dove di soldi ne giravano pochi. Il mio amico mi dice anche che questo Berlusconi offre ad un prezzo conveniente un programma sportivo sulle auto, tutto pronto, montato e confezionato. Magnifico.
Telefono, prendo un appuntamento e il giorno dopo vado a Milano. La sede della tv è uno spettacolo, rispetto alla nostra che è in buco di appartamento dove alla sera per tirare su gli ascolti facciamo lo spogliarello della casalinga. Una specie di collega dello sport mi dice che la prima puntata del programma è già pronta, che sarebbero contenti di andare anche su Torino, ma non sa dirmi quanto costa l'intero pacchetto. Mi fa segno di andare con lui, bussiamo ad una porta, entriamo in un ufficio dove c'è un indaffarto signore, tendente alla calvizie, piccolo ma sorridente che parla al telefono. Il collega gli mostra la cassetta che ha in mano e a gesti gli chiede "Quanto?". Lui mi guarda, allarga il braccio che non tiene la cornetta e rivolto al mio accompagnatore dice con un marcato accento milanese: "Ti ho già detto una volta, le dodici puntate non costano nulla". Mi fa un saluto con la testa e va avanti con la sua telefonata.
Torniamo nel corridoio e l'altro mi spiega che quello era il padrone, il dottor Silvio Berlusconi. Bene, mica male penso, un tipo tosto. "E' vero- mi spiega il collega- l'intero programma non costa nulla, ma non potete nè smontarlo, nè toccarlo. Il master deve andare in onda per intero con tutti gli inserti pubblicitari che noi vi diamo. Prima, durante alla fine del programma". Torno a casa con quello che mi sembra un ricco bottino, il programma è persino a colori, certo che questo Berlusconi è davvero generoso.
Tra poco Berlusconi 2.
Jessica Linch, due serate d'oro
Si sono incollati davanti al televisore 15,7 milioni di americani per seguire l'intervista di Abc News al soldato Jessica Linch, prigioniera di guerra in Iraq. Appena due sere prima 14.9 milioni di persone avevano seguito il tv movie di Nbc "Salvate Jessica". Ottima la resa in video della signorina Linch, che resta però a distanza siderale dall' "Andy Griffith Show Reunion" la festa nostalgia che su Cbs l'11 novembre ha fatto 21,6 milioni di spettatori.
La Francia spegne i ripetitori di France 2 in Italia
A quanto pare il governo francese fa sul serio. Può darsi che poi si ricreda ma intanto i ripetitori di France 2 in Italia verranno presto disattivati, come si legge oggi nel sito italiano della tv pubblica parigina. L'invito è a firmare un appello perché Raffarin torni sui suoi passi.
Bloggers.it chiude la porta, sposto A Cagher sulle Alpi su Il Cannocchiale
La faccenda sarebbe lunga da spiegare. Sta di fatto che Bloggers.it è da giorni inaccessibile, loro dicono che stanno aggiornando il server, io penso che siano bolliti. Perciò sposto le mie annotazioni, anzi quelle del mio amico Sal Kentucky, sul mondo dell'editoria di "A Cagher sulle Alpi" sul blog di Veleno su Il Cannocchiale , che non mi esalta ma offre un template adatto all'argomento.
Blog, poche decine di lettori
Forse qualcuno l'ha già pubblicata, io che sono stato per un po' assente da scuola la vedo solo adesso. L'ho trovata su Ipse, è un'indagine statistica sui blog italiani. E' stata realizzata da Elena Antognazza di Mlist.
Potete leggervela, ma per farla in breve Elena Antognazza dice che il 74 per cento degli intervistati legge un blog, il 26 non ne è invece interessato. I blog famosi non esistono, ognuno ha al massimo qualche decina di lettori. Sfogliano un blog una volta la settimana l'85 per cento degli utenti, il 54 lo fa una volta al giorno, il 15 è ondivago e legge i blog quando si ricorda. Il 42 per cento dei tenutari di blog sa poco di tecnologia e più della metà non s'interessa di rss o trackback. Il fornitore più utilizzato è Splinder che è stato scelto dal 45 per cento dei blogger, il 35 è andato su Blogger, il 22 si accontenta delle briciole. L'autore di un blog e i suoi contenuti sono determinanti nella scelta che fanno i lettori. La grafica non è invece un criterio di apprezzamento.
Detto ciò aggiungo che questo blog ha un contatore d'accessi intoccabile per me che mi diletto di altre questioni planetarie. A quanto pare però i lettori giornalieri superano di molto la decina registrati dalla statistica. Anzi, per lo stesso fenomeno che regola i misteri del cosmo nel periodo in cui non ho più aggiunto nulla sono aumentati del 30 per cento. Se la signora Antognazza tuttavia vuole darmi una mano mi siederò al botteghino a staccare biglietti. La "fama" è una questione "locale" e come ho già detto non credo vada oltre questo nostro piccolo mondo.
Giornali, il gruppo Donnelley acquista il canadese Moore Wallace
Il gruppo editoriale americano RR Donnelley ha siglato l'accordo definitivo per l’acquisizione dello stampatore canadese Moore Wallace Incorporated. Dall’operazione del valore di 2,8 miliardi di dollari nasce il più grande stampatore commerciale full-service al mondo, con ricavi annui pari a 8 miliardi di dollari. L'azienda conta 50 mila impiegati in tutto il mondo.
Unità e Libero, primato di finanziamenti
Una torta da 36 milioni di euro da spartirsi in 32 testate. Si tratta dei finanziamenti pubblici gestiti dal Dipartimento dell'Editoria. Ne parla Ilte. Il bottino è ricco anche quest'anno. Ma già si sapeva. L'anno scorso l'Unità si aggiudicò 6 milioni e 5 andarono e Libero di Vittorio Feltri.
Polemiche da strapazzo
Torna la vecchia questione dei rapporti tra blogger e giornali. Ne ha parlato MarsilioBlack riportando temi affrontati da altri. Ho risposto nei commenti e sono stato bacchettato. Ci sono blogger per venderebbero la mamma pur di essere accolti alla corte dei giornali. Ho cercato di essere gentile, ma ognuno vada per la sua strada.
Elisabetta, un colabrodo di palazzo
Mentre l'Inghilterra ci regala un'altra lezione di democrazia, ieri una donna che protestava contro la visita di Bush è rimasta appesa al cancello di Buckingham Palace senza che nessun poliziotto le dicesse nulla, si scopre che un reporter del Daily Mail, in barba a tutte le misure di sicurezza, ha potuto girare per due mesi indisturbato tra le stanze regali di Elisabetta. Si era fatto assumere come valletto. Ed è persino salito a cassetta come scorta della carrozza reale. Un po' come se un cronista del Corriere si facesse assumere a villa Berlusconi come giardiniere. Sono fantasie. Il Corriere non ha giardinieri.
L'imam di Carmagnola, chi era costui
E' tornato nella sua, speriamo abbastanza confortevole casa, l'imam di Carmagnola. La città alle porte di Torino più famosa per i suoi peperoni che per altre facezie. E sono davvero eccellenti. ll Senegal invece per il suo figlio costretto all'esilio non mostra alcun risentimento patriottico. Il Sud Quotidien riporta la notizia del rientro del battagliero connazionale in prima pagina con grande obiettività e parla di "lotta al terrorismo" dello stato italiano. Il Wal Fadjri non sa nemmeno bene come si chiama di nome e cita Abdou Kadel Mamour in due versione diverse. Tant'è.
IL BERSO' TORNA. FORSE.
Avrei deciso di tornare. Mi sono rotto di sentire tutte le idiozie di questi giorni e di leggere la strafottenza di molti blogger. Perciò, riprenderei il mio Bersò. Il tema resta quello dell'informazione, cercherò di spiegare di nuovo quello accade nei giornali, soprattutto americani ed europei. Lo farò quando come e se ne avrò voglia. Ma spero di ritrovare gli amici di sempre.