GUERRA. Tempi lunghi, cambio d'inviati
L'andamento di questa guerra fa ormai intravvedere tempi lunghi. Troppi, anche per gli inviati costretti a giornate dure, notti insonni, approvvigionamenti di acqua e cibo sempre più scarsi. Gli editori dei maggiori quotidiani americani stanno perciò elaborando un piano per l'invio di corrispondenti freschi, truppe pasciute e riposate. La situazione per ora non è così drammatica, ma tra quelli rimasti qualcuno è anche acciaccato. "Abbiamo molti reporter nel Golfo- dice Ed Foster Simeon di Usa Today- Uno dei nostri deve tornare a casa, si è ferito ad un occhio durante la tempesta di sabbia". Condizioni logoranti con il rischio che ne risentano anche le corrispondenze. "Sono dodici i nostri giornalisti in guerra- spiega James Smith, capo degli Esteri del Boston Globe- Vorremmo che rimanessero là non più di sei settimane". Sui tempi lunghi però qualcuno non si è fatto trovare impreparato e ha già progettato che i corrispondenti restino aggregati alla truppe con cui si trovano. "Sapevamo che questa guerra sarebbe durata a lungo- dice David Gaddis Smith del Chicago Tribune - Perciò ci siamo preparati e i nostri reporter rimarranno fino alla fine della guerra".
MAGAZINE. La rinascita di George
Per un po' di anni è stato il magazine maschile più patinato d'America. Elegante, raffinato nella grafica, snobbato da molti. Da tutti corteggiato. Poi il suo giovane e promettente editore, quel John F. Kennedy jr. figlio del presidente più amato nella storia degli Usa, è morto tragicamente e con lui il suo giornale. Ora, secondo il Los Angeles Times, potrebbe tornare sul mercato con un nuovo editore che fa capo a Helen O' Donnel, figlia di Kenneth O'Donnel, consigliere del presidente e amico di Robert Kennedy. Dovrebbe trattarsi di un mensile politico. Il primo numero è previsto in edicola per l'autunno.
MAGAZINE. Conde Nast, un Lucky maschile
Soddisfatti per lo straordinario risultato di vendite del femminile Lucky, i manager della Conde Nast hanno pronto un nuovo magazine dedicato agli uomini. Sulla scia di Lucky il "maschile giovane" dovrebbe essere una sorta di catalogo o di guida allo shopping che ha fruttato, nella versione donne, un aumento del 38 per cento delle pagine nell'ultimo anno. Per ora non ci sono anticipazioni sul nome della testata.
RIVOLTA. Voglio fumarmi il mio sigaro
Sigari proibiti in tutti i locali. Nei club, nei lounge bar, nelle cantine del jazz, ovunque. Ai fumatori di Avana di New York restano i marciapedi. Forse per poco. La rivolta però è cominciata. Dal fronte dei giornalisti, ovvio. L'iconografia classica non si può smentire. Così in testa ai guerriglieri Panatela, Torpedo e Perfecto c'è Steve Florio, capo della Conde Nast. "Mi sembra che stiamo andando fuori dai confini.- dice- Un'area per fumare i sigari deve essere riservata sempre. E' una delle poche soddisfazioni rimaste, soprattutto quando sei con i tuoi amici".
LO DICO LA DOMENICA
Come i frequentatori di questo blog sanno i miei post non contengono mai commenti. Io mi occupo di quello che fanno i miei colleghi giornalisti nel mondo e cerco di scovare tutte quelle notizie che raramente si leggono. Trascuro l'editoria italiana per il semplice fatto che esistono siti ben più organizzati, consolidati e informati del mio. La ragione per cui non commento i fatti che riporto è che sono convinto, da sempre, che questi ultimi debbano essere sempre separati dai primi. Molto tempo fa, quando Panorama era un gioiello dell'informazione, riportava sotto la testata il motto: "I fatti separati dalle opinioni". Un pilastro. Da qui la mia convinzione di sempre: se dai delle notizie non confonderle con quello che tu pensi. Però qualche volta dire come la si pensa non è così malvagio. Lo farò la domenica, giorno in cui non pubblico notizie.
1. In settimana il sito Gnueconomy ha compilato una lista di goebbelsiani. Ovvero gli eredi di quel gentiluomo che fu Joseph Goebbels. Tradotto nei tempi attuali, con un po' di approssimazione storica, i fautori della guerra, i nemici della pace. Nella lista il blog che state leggendo era accoppiato ad altri. Alcuni che non conosco, altri sì e li vedete linkati in questa pagina. Ovvero 1972, I Love America e Capperi!. Gente che ho scoperto da quando sono qui, persone che, da quello che scrivono, mi sembrano per bene. Esprimono pareri intelligenti, mai estremi, e soprattutto sono dotati di buona cultura. Il che in questo mondo virtuale di zappatori non guasta. Ora, il compilatore di Gnueconomy si chiama Gianluca Neri. Credo che non sia un nick name. Comunque, io questo signor Neri non lo conosco. Mai sentito. Sto da 25 anni nei giornali e non mi sono mai dovuto occupare di lui. Magari il mio è un mondo un po' ristretto. Qui, nel ben più vasto pianeta dei blog, pare sia una specie di guru. Se tutti lo citano ammirati, una ragione ci sarà . Da quello che ho potuto capire, in questi giorni, ha schierato se stesso e il suo blog con i pacifisti. Posizione rispettabile. Come tutte le altre. Compresa, direi, la mia e quella dei miei nuovi amici, uno dei quali ha il torto di sventolare una bandiera americana. Penso onestamente che Neri abbia fatto bene a compilare la sua lista di proscrizione. Almeno si sa da che parte stare. Da questa i bravi pacifisti che ieri a Torino hanno sfasciato mezza città , dall'altra quei coglionazzi di filo anglosassoni che se stanno a casa a tifare per le bombe come se fossero ad una partita di calcio. Facile. Pensate che meraviglia se il mondo si potesse dividere a metà . Sarebbe tutto più semplice. Buoni e cattivi. E Neri ha tutte le carte per sembrare un buono. Dove crolla miseramente è nella mania che ha di contare i morti dei bombardamenti. Ha sistemato una sorta di dead counter nel suo blog che si aggiorna continuamente sui defunti di Baghdad. Che pensiero gentile. Io già che ci sono aprirei anche uno sportello di scommese. Con un po' di quote magari. Chi sta in periferia lo darei a 5, uno che sta in centro a 3, se è un vicino di Saddam è uno sfigato e al massimo lo si quota alla pari. Pensaci Gnueconomy. Ci facciamo un sacco di soldi. E poi ci compriamo uno di quei banchetti milionari che vendono le bandiere della pace.
2. Un paio di settimane fa ho scoperto un blog che si chiama Klamm. Sono andato a vederlo e mi è parso ben fatto. Ho scritto a questo Klamm, come lui stesso consigliava. Gli ho detto che mi sembrava interessante e gli ho proposto di dare un'occhiata al mio ed eventualmente di scambiarci i link. Questo Klamm non mi ha mai risposto. Poteva dirmi fai schifo. Oppure non sei alla mia altezza. O anche vai a ravanare in un altro cortile. Insomma, quello che gli pare. Altrimenti uno che cosa pensa. Che è un cafone strappato al suo destino. Io penso che Klamm abbia un sacco da fare, anche se sono quasi sicuro che quando io provavo i primi collegamenti ad Internet nella metà degli anni Ottanta, lui giocava ancora ai giardini con il secchiello. Tant'è.
3. Sulla pace. Detto fuor di metafora, ho una spiccata antipatia per i pacifisti. La ragione è semplice. E' una questione di ovvietà . I pacifisti sono i profeti dell'ovvietà . E l'ovvietà non è mai il segno di una marcata intelligenza. Loro dicono "Siamo contro la guerra". Il massimo dell'ovvietà . Facile mettere insieme tre milioni di persone. E' un po' come quelli che sono contro la caccia. "Basta uccidere gli animali". E ti mostrano una lepre che scappa spaventata. Fin troppo ovvio. O come chi grida "Giù le mani dagli animali sacrificati per la ricerca medica". Un bambino si commuoverebbe. L'Ovvietà in persona. Io continuo a preferire un milione di topi, di conigli, di cavie morte in gabbia contro un solo uomo malato di cancro che si salva. I tedeschi accudivano i loro cani come bambini e costruivano i campi di sterminio.
A domani, con il consueto notiziario dal mondo dell'editoria internazionale.
LO DICONO LA DOMENICA
Pubblico qui due brevi annotazioni di Giulio Meotti che mi ha inviato stamane. Quello della domenica è uno spazio aperto. Dunque, tutti, fatti salvi i soliti principi di civiltà , netiquette ed educazione siete invitati a partecipare.
Questa è la riposta di Meotti a Gianluca Neri sulla questione dei "goebbelsiani".
"Meglio essere goebbelsiani che qualunquisti: accanto a "Camillo", nella sua blog list c'è "Cribbio"..L'icona che ha messo nel sito, pinguinesca e pedante come il passo dei suoi adorati animaletti, la dice tutta sull'abisso che la separa dai noi poveri fascistelli succubi del despota Bush. I "commenti" li metterò al più presto nel sito, in modo che lei possa offendere e disprezzare. Visto che ha indicizzato il nostro sito (voi siete bravissimi a fare banchetti, appelli, indici, slogan), le dirò che il suo "contare i morti" non è altro che patetismo antropomorfico, specchio della malsana capacità di voi neopacifisti di ritorno, di distinguere i cadaveri (i morti delle Torri le hanno causato spero gli stessi lucciconi moralistici dell'Iraq), in base ai bei sentimenti che la piazza manovrata da qualche artistucolo vi offre di giorno in giorno. L'acidità le ripeto deriva dall'aver catalogato: errore che se non avesse commesso, mi avrebbe indotto ad usare ironia sprezzante piuttosto. Insomma, sogno di trovarla in mezzo a una delle tante piazze festanti, e di mandare affanculo la "sua" pace. Un favore: il giorno in cui l'Iraq avrà goduto anche solo per un attimo di un futuro migliore di quello finora garantitogli da quel fobico e pazzoide di tiranno iraqueno, ci faccia il piacere di non dire che l'Onu "adesso" deve fare la sua parte. Ci guardi godere dell'innovazione di cui gli Usa si faranno portatori. Grazie!".
E questo è un post sul nuovo libro di Sylos Labini.
Sugli scaffali delle librerie c'è Sylos Labini con "Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato". Sylos Labini scomoda Magritte, perchè la scelta della copertina di quel libro non è un caso: il risultato è una realtà nuova, a tratti inquietante, carica di insidie come in un incubo o estraniata fino all'assurdo. Sylos Labini sembra la figura mancante di un suo quadro, "Le passeggiate di Euclide" : acquattato sul davanzale della finestra, guarda il governo Berlusconi al lavoro, gli sputa in testa, appende la bandiera dell'arcobaleno, chiude irato quando passano Previti e i "sodali" del Cav. (così li definì Cordero su Repubblica), si gira e dice agli amici che "il fascismo è alle porte". Se Labini avesse fatto mettere una piazza di De Chirico, avrei capito che il vecchio accademico si era arreso all'evidenza, che non c'era più nulla da fare contro Berlusconi, che l'angoscia e la solitudine erano imperanti. Invece fa suo Magritte: lo shock e il paradosso servivano all'artista per mettere sotto processo il senso comune, come Labini vuole ormai da più di due anni denunciare l'aquiescenza italiana verso questo che a suo dire è un fenomeno da baraccone. Vi sembra un paragone assurdo? Quante volte i girotondini hanno detto di essere il faro della democrazia, il lume della speranza, che il loro battere ancora le ciglia significava la possibilità di una resistenza al regime? Guardate quel lumicino in fondo al buio del quadro "The empire of the lights": non c'è speranza? E l'uomo de "L'ami intime", non sembra la sagoma di Santoro in Armani oscurato dalla censura bulgara di Berlusconi?
PLAYBOY. Una playmate con l'e-mail
Le donne nude di Playboy non arriveranno in Iraq. "Il nostro magazine non andrà nel Golfo- ha detto l'immarcescibile Hugh Hefner- Desideriamo non urtare la sensibilità altrui". Dunque, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale i ragazzi al fronte non avranno le arrapanti ragazze senza veli da sfogliare in tenda. Il Medio Oriente non è mica il Vietnam, almeno in questo caso. Un rimedio comunque è stato trovato. Le foto delle playmate arriveranno ai ragazzi con la posta elettronica. Saranno personalizzate con dedica.
La foto è tratta, come si vede, da una copertina del giornale. Il sito di Playboy è stato il primo su Internet a pubblicare interi servizi gratis sulle playmate. Adesso si paga tutto, persino il free tour sembra quello dei siti porno, una vera tristezza.
GRECIA. Vi pago il biglietto, tornate a casa
Il ministro della Comunicazione di Atene Christos Protopapas si è offerto di pagare di persona il biglietto aereo ai 16 giornalisti greci rimasti in Iraq. Lo scrive Reporter sans frontières. "Sono ammirevoli per quello che fanno e mi congratulo con loro- ha detto preoccupato il ministro- ma è meglio se tornano a casa".
GUERRA. I 7 italiani forse oggi a Baghdad
Sarebbero per ora sempre nell'albergo di Bassora in cui sono stati accompagnati ieri i sette giornalisti italiani fermati ad un ceck point iracheno nei pressi della città . Dovrebbero essere trasferiti in giornata a Baghdad e, non avendo un visto d'ingresso, essere esplusi dal Paese. I sette reporter sono Lorenzo Bianchi del Gruppo Riffeser, Ezio Pasero del Messaggero, Vittorio dell'Uva del Mattino, Toni Fontana dell'Unità , Luciano Gulli del Giornale, Leonardo Maisano del Sole 24 Ore e Franco Battistini del Corriere della Sera.
TELEVISIONE. In Francia nel 2004 un network news
La Francia avrà nel 2004 un network news sul modello Cnn. Secondo quanto anticipato da Le Monde non sarà una tv pubblica, ma per Chirac è venuto il momento, dopo l'esperienza della posizione non interventista sul conflitto in Iraq, di avere un network capace di spiegare bene al mondo come la pensano i francesi. O forse come la pensa il presidente.
GIORNALI. Il NYT ha 10 reporter in prima linea
Sono dieci a tutt'oggi gli inviati del New York Times presenti sul territorio iracheno. Il NYT è il giornale che ha il maggior numero di reporter, il Washington Post ne ha soltanto 4, l'Associated Press conta invece su 5 giornalisti. La panoramica sugli schieramenti delle truppe della penna è pubblicata da Poynter e tra tante mappe tragiche questa è senz'altro la più lieve.
ORGOGLIO. La guerra non mi piace, mi dimetto
Detto fatto. Con una decisione che forse non ha precedenti Katy Weitz si è dimessa dal suo giornale, il londinese Sun. La ragione è molto semplice, Katy Waitz non era d'accordo con la linea editoriale del giornale schierato a favore dell'intervento anglo americano in Iraq. Lo scrive il Guardian ricordando che "It Begins" fu il titolo in prima a colonne piene il giorno in cui iniziarono i bombardamenti su Baghdad. Le dimissioni di Katy Waitz hanno destato, tra i colleghi, un misto di sorpersa e ammirazione.
GIORNALI. Il gossip preferisce l'Iraq
Ha destato qualche sorpresa il fatto che il settimanale People, versione americana del nostro Novella, avesse spedito in Iraq sei giornalisti. Come racconta il New York Times. Un po' troppi per un magazine che rovista nel fondo del barile dei pettegolezzi. Pare invece che il Pentagono fosse molto contento di portare nel Golfo quei reporter così diversi dagli altri. "I nostri sono lettori - ha detto Martha Nelson, manager di People- sarebbero rimasti perplessi se anche noi non fossimo andati in guerra a raccontare che cosa accade".
CRONACA. La Cnn va a letto con il Pentagono
Un corteo di pacifisti ha protestato ieri davanti alla sede della Cnn a San Francisco. Secondo il San Francisco Chronicle si sarebbe trattato di almeno 150 persone. All'origine della protesta l'esagerato patriottismo della Cnn davanti ai fatti di guerra. I manifestanti reclamavano una maggiore indipendenza di giudizio sui fatti. "Ormai- hanno detto- la Cnn va a letto con il Pentagono".
MEDIA. Fox News prima, Cnn seconda
Nei primi sei giorni di guerra Fox News ha totalizzato un ascolto medio di 5,8 milioni di persone, la Cnn ha avuto 5 milioni di utenti. Sono dati della Nielsen Media Research, pubblicati AdAge, e si tratta di una media, quindi con punte molto più alte nei momenti più critici del conflitto. Quello che più desta sensazione però è la sconfitta della Cnn, messa fuori da Baghdad, e che per la prima volta nella sua storia deve accontentarsi di un ruolo da gregario.
MERCATI. Mtv va in Cina
L'annuncio è stato dato a Pechino da Viatcom Inc. Il gruppo americano aprirà una sede di Mtv nella provincia di Guangdong, nel sud della Cina. L'accordo è stato raggiunto con le autorità di Pechino che hanno concesso l'autorizzazione nella regione che confina con Hong Kong e che più di ogni altra riceve già numerosi canali televisivi. Si parla di 60 milioni di possibili utenti, ma nessuno fa previsioni. "Noi ci collochiamo a Guangdong- ha detto William Roedy- E non facciamo previsioni o programmi di espansione".
MERCATI. In autunno la prima cable tv afro- americana
Il più ambizioso progetto di cable tv di questi ultimi anni è ormai pronto. Tra pochi mesi Johnathan Rodgers (a destra nella foto) inaugurerà il primo canale televisivo satellitare interamente dedicato alla popolazione afro americana. Ne dà notizia il New York Daily News. Per quasi vent'anni alla Cbs, numero uno del gigante cable Discovery Communications, Rodgers ha riunito intorno ad un a tavolo Comcast e Radio One, suoi partner societari nel progetto. Per ora manca il nome ufficiale del network, ma non il planning del palinsesto. Commedie, game show, talk show, sticom, video musicali. Un target di età molto giovane, una fetta di mercato si presuppone enorme. "Vogliamo diventare per gli afro americani- ha detto Rodgers- quello che Lifetime è per le donne ed Espn per gli sportivi".
Al- Jazira, due giornalisti messi fuori da Wall Street
Sarebbero due i corrispondenti di Al- Jazira messi alla porta lunedì dalla Borsa di New York. Secondo quanto detto dalla tv araba ad entrambi sarebbero stato revocato l'accredito al New York Stock Exchange. "Si tratta di un provvedimento preso per ragioni di sicurezza- ha detto un portavoce del NYSE- "Dobbiamo limitare il numero dei giornalisti presenti fino alla fine della guerra".
I reporter in guerra, per qualcuno un business
E' difficile immaginare quali benefici ecnomici immediati, e che non siano il petrolio, si possano trarre da un conflitto come questo. Qualcuno però ci è riuscito. Si tratta delle società inglesi che hanno tenuto i corsi di sopravvivenza ai giornalisti destinati alla spedizione nel Golfo. La Pilgrims Group nel Surrey, tanto per citare un caso, a febbraio aveva più di 150 iscritti, costo a testa di 3.200 dollari per sei giorni di lezioni. La Centurion Risk Assestment Service ha tenuto corsi a febbraio a 260 reporter a 2.500 dollari a testa d'iscrizione. A cui si posono aggiungere 1.600 dollari per un telefono satellitare in dotazione e quasi 2 mila dollari per un abbigliamento consono all'occasione.
Le immagini del dolore, una questione d'informazione
Le immagini trasmesse dalla tv araba Al- Jazira sui soldati uccisi e quelli interrogati dai soldati iracheni hanno provocato reazioni contrastanti tra i media americani. Ne riferisce ampiamente il Washington Post. Molti, tra giornali e televisioni, hanno deciso di non trasmettere le sequenze più forti o di non pubblicare foto esplicite. Hanno fatto questa scelta il Washington Post, il Philadelphia Inquirer, il Boston Globe, Usa Today e il New York Times. Posizione differente invece per il Chicago Tribune e il Los Angeles Times che hanno pubblicato le foto nelle pagine interne del giornale. "Abbiamo pubblicato foto di entrambe le parti in conflitto- dice John Carroll, direttore del Losa Angels Times "Questa è la guerra e noi pensiamo che sia corretto dare tutta l'informazione necessaria, non solo una parte di questa".
Saddam o americani, l'importante è controllare i media
Con la sua Cnn ha dovuto andarsene da Baghdad qualche giorno fa, espulsa dal regime di Saddam. Adesso Ingrid Formanek, producer del network, ne ha per tutti. "In fin dei conti-dice- quello che conta è tenere sotto controllo i media e questo vale per Saddam, come per gli americani".
Pubblicità , rispetto per i soldati ma l'economia deve andare avanti
Lo hanno chiesto in molti. Più rispetto per i soldati in guerra, anche nei messaggi pubblicitari. Lo scrive AdAge nel suo ultimo numero. "Dobbiamo avere più rispetto- dice Edward Benavent, presidente di Leo Burnett Puerto Rico- per i ragazzi in Iraq e per il nostro Paese". Il rischio è che una pubblicità diversa o addirittura in calo sui media metta in difficoltà settori trainanti dell' economia. "Dobbiamo fare in modo- spiega Kirstin Socha di Rolling Stone- che il sistema resti a galla, pur nel momento della guerra". E che dimostri la sua solidità . "Dobbiamo far capire- dice Steven Jagger di MSV Research di New York "che il terrorismo non ha avuto effetti su di noi, altrimenti sarebbero loro ad avere vinto la partita".
Guerra, il sondaggio sui giornalisti
Il 52 per cento degli americani giudica eccellente il lavoro svolto dai media nella guerra in Iraq. Il sondaggio è di Gallup Poll e commissionato da Cnn e UsaToday. Secondo i dati che si si riferiscono al 22 marzo il 32 per cento giudica buoni i resoconti dei reporter e solo il 5 per cento sostiene che sono poveri di contenuti.
Peter Arnett, gli iracheni collaborano con i giornalisti
Va di nuovo controcorrente Peter Arnett, l'uomo che nel 1991 annunciò per la Cnn l'inizio della prima guerra nel Golfo e che oggi è a Baghdad per il canale satellitare National Geographic Explorer. "Gli iracheni collaborano- dice- E non ho motivi di ritenere che ci sia una censura sulle mie notizie". I quasi 150 giornalisti che soggiornano al Palestine Hotel, controllati quasi a vista, la pensano molto diversamente dal loro vecchio collega.
Carl Nolte, il più vecchio inviato nel Golfo
Ha 69 anni Carl Nolte ed è uno degli inviati nel Golfo del San Francisco Chronicle. Ma soprattutto è il più anziano giornalista al seguito delle truppe. E' molto più "giovane" Ted Coppel della Abc che ha solo 63 anni. "E' un ragazzo esubarente - dice di Carl il suo direttore Robert Rosenthal- ed è pieno di energia".
Al- Jazira, il volto della barbarie
Quando alcuni anni fa la tv araba Al- Jazira entrò nel grande mondo dei media internazionali, tutti dissero, in Occidente, che finalmente anche i paesi del Medio Oriente disponevano di un mezzo d'informazione adeguato ai tempi. Studi televisivi all'avanguardia, tecnologie digitali dell'ultima generazione, giornalisti, anchor, inviati. Insomma, miliardi di dollari ben spesi per un'informazione rivoluzionaria. Almeno, per i paesi arabi. La realtà non era così allora, tanto meno lo è adesso che Al- Jazira è uscita allo scoperto. Ci sono organizzazioni internazionali, sindacali e di categoria in Occidente, che regolano con principi fondanti il mestiere del giornalista. Quella che si chiama etica e alla quale tutti cercano di attenersi. Poche e civili norme, mica tanto. Rispetto per i più deboli, difesa dei minori, sensibilità per uomini e donne indifesi. Insomma, la civiltà . E' molto probabile che Al- Jazira non si senta parte di queste sciocchezze occidentali. Ognuno per la sua strada, l'importante è che finalmente si sappia da che parte ha deciso di stare. Adesso ha davvero mostrato tutto il volto della sua barbarie.
Nella foto i momenti di una cerimonia funebre per alcune delle vittime americane del conflitto.
Vendite, il mercato Usa contratto dalla guerra
Sono sempre più evidenti i segnali in Usa che la grande copertura della guerra non paga in aumento di copie vendute. I risultati sarebbero, anche in questo week end, buoni, ma al di sotto delle previsioni. Per ora di cifre non si parla, ma il Daily News di New York, il Sentinel di Orlando e il San Francisco Chronicle sembrano tra quelli che hanno maggiormente risentito della contrazione del mercato.
Reporter al fronte, forse tre i morti
Dovrebbero essere tre i giornalisti uccisi in Iraq. Per ora i morti certi sono l'inglese Terry Lloyd della Itn e l'australiano Paul Moran operatore della Cbs. Il primo è morto a Sud, il secondo a Nord. C'è poi un terzo giornalista, russo, del quale non si hanno notizie e che sarebbe rimasto ucciso negli scontri a fuoco nel Sud del Paese.
Oggi domenica giorno di racconti. La vicenda di Sal anche questa settimana si svolge in un giornale di provincia. Il protagonista della storia è un architetto, senza una lira in tasca, cialtrone, di buon carattere, bugiardo, onesto, indossa tutti i giorni una camicia lisa con la dignità di un nobile e ha come unico desiderio quello di fare il giornalista.
Questo è anche l'ultimo racconto della raccolta di Sal Kentucky. Chi vuole potrà comunque sempre raggiungere I Racconti del Bersò cliccando in alto sulla macchina da scrivere. Ecco l'elenco di quelli pubblicati, nell'ordine cronologico in cui si sono svolte le vicende narrate.
Approfitto di questo breve spazio di chiusura per ringraziare mia moglie che ha, come diceva il mio vecchio vicedirettore Aleardo Putti, asciugato, asciugato, asciugato ogni capitolo, cancellato avverbi, limato gli aggettivi. Il mio unico intento era trasportare su Internet e sul mio quotidiano blog, come fanno i giornali inglesi, un supplemento domenicale dedicato alla lettura. Spero di esserci riuscito.
Ringrazio i colleghi che si sono riconosciuti nelle storie e che mi hanno mandato mail affettuose e soprattutto quelli che non conosco e che coraggiosamente, vincendo lo schifo e la noia, frequentano ogni giorno il mio blog. Sono degli eroi e il mondo gliene renderà merito.
Tra quelli che mi hanno dimostrato maggiore simpatia mi piace ricordare il mio vecchio amico e collega della Mondadori CMV, giornalista, scrittore, traduttore di Marquez, critico cinematografico. Adesso abita in Sud America e dopo i primi racconti mondadoriani mi ha scritto: "Sto aspettando da una domenica all'altra per stampare queste bellissime operette morali, straordinarie e neo realiste. Il serial si fa sempre più interessante. Quanta nostalgia e quanto ridere!".
Una collega di un grande quotidiano, che stimo, mi ha chiesto di aggiungere altri ritratti sulle mie esperienze più recenti. Grazie, mica sono così scemo. Verrà quel tempo. Una brava scrittrice genovese mi ha detto che questi racconti assomigliano ai corti nel cinema. Forse è vero. Apprezzo molto i film brevi.
Tra quelli invece che non hanno gradito i racconti riporto due mail.
"Farfalla" di Milano scrive: "Chi se ne frega di quello che racconti tu, c'è gente che aspetta anni per fare il giornalista e non lo diventa mai. Tu che lo fai lo disprezzi. I tuoi racconti potevi tenerteli per te".
"Greencard" di Napoli messaggia: "Ti trovo insopportabile. Se credi di far ridere ti sbagli. E poi sei un fifone perché usi un nick name invece del tuo vero nome".
Uso un nick perché trovo straordinario che Internet ti dia questa possibilità . E poi la mia identità è come quella di Superman. Tutti sappiamo da 50 anni che lui è Clark Kent.
Domani torna il consueto quotidiano d'informazione sul mondo dell'editoria internazionale.
L'architetto che voleva fare il giornalista
E' uno dei tanti. Tutti i giornali locali hanno decine di collaboratori. Un esercito di gente che spera un giorno di diventare un vero giornalista. Non ci riusciranno mai, e la maggior parte lo sa. Dire “faccio il giornalista†però allevia le fatiche di mestieri e professioni avvolte nel grigiore di una provincia ancora più grigia. Roberto Piccolo è uno dell'esercito degli “aspirantiâ€. Alcuni sono impiegati, altri sportellisti alle poste, insegnanti, agenti delle assicurazioni, cuochi, baristi, parrucchieri che posato il pettine mettono mano alla tastiera. Tutto serve. Un giornale di provincia chiuderebbe in poche ore se non potesse contare sul vigile del fuoco che telefona in redazione quando scoppia un incendio, molla la pompa e scrive.
Roberto Piccolo è un architetto e neanche tanto giovane. Per giovani s'intendono ragazzi di vent'anni che hanno davanti a loro un decennio da buttare al vento. Sempre che abbiano una famiglia che li sostiene economicamente. Piccolo è un autentico testardo di provincia. Ha deciso da bambino che da grande avrebbe fatto il giornalista e non retrocede di un millimetro, anche ora che ha quasi quarant'anni.
Fisicamente Piccolo si presenta bene. Alto, spalle larghe, sorridente, occhio sveglio, stretta di mano asciutta e solida. Sempre pronto per qualunque missione. Scrive come un burocrate del catasto, usa il “dottor†ogni volta che cita il nome di qualcuno, ma è meglio della maggior parte dei collaboratori. In tasca non ha un soldo, veste regolarmente un abito antracite di buon taglio ma consunto e spiegazzato, camicia bianca ombreggiata di grigio sul collo, cravatta regimental lisa sui bordi, scarpe nere allacciate che mostrano sulla suola buchi rattoppati più volte. Visto da lontano però fa la sua figura. Sempre meglio del lattoniere, il cronista di sport che arriva in redazione con la borsa dei ferri appesa al collo. O del tecnico dei telefoni, il critico cinematografico, che porta al giornale gli articoli con la tuta blu dell’azienda.
Si presenta al giornale per la prima volta un mattino di marzo. Fa un freddo terribile. Nel mio sgabuzzino tengo la finestra ben chiusa, ma una lama gelida di aria che soffia su Ivrea direttamente dal Gran Paradiso mi taglia la schiena. Piccolo mi bussa al vetro della porta. So chi è perché collabora saltuariamente da qualche anno, però nessuno ha mai saputo come utilizzarlo. Ora mi è stata affidata una pagina sull’economia locale e ho bisogno di un collaboratore che sia in grado di scrivere qualcosa. Forse Piccolo è l’uomo giusto. Forse.
Lo guardo mentre bussa. Sorride, ben sbarbato, leggermente chino in avanti. Alto e robusto, ha metà fronte coperta dalla parte alta della porta.
"Si accomodi" dico mimando il gesto di aprire la porta.
"Dottore!" dice lui sorridente.
"Piacere" rispondo stringendogli la mano.
"Il piacere è mio dottore!" dice con foga Piccolo facendo scattare i tacchi delle scarpe.
"Guardi, non sono dottore. E non siamo in caserma. Chiamami Sal e diamoci del tu".
Questa faccenda del "dottore" non lo convince:
"Non mi permetterei mai, dottore. Il "lei" va molto bene. E se mi consente mi consideri al suo servizio". Si siede davanti a me. Mi guarda. Ha in mano dei fogli.
"Dunque, Piccolo. Faremo questa pagina sull'economia. Lei sa tutto di questa città , vero? Intendo dire sotto il profilo economico. Aziende, imprenditori, agricoltori. E' un architetto, dunque per dovrebbe essere facile trovare dei contatti".
"Perbacco, dottore! Faccia conto che da oggi abbiamo in mano tutta l'imprenditoria della regione".
"Tutta non mi serve. Mi basta un po'. Purché interessante. L'economia è un argomento balordo, però abbiamo questa pagina e dobbiamo renderla il più possibile gradevole. Con l'associazione degli imprenditori in che rapporti è?".
"Guardi, dottore!". E Piccolo muovendo gli indici della mano destra e sinistra uno verso l'altro mima il gesto che indica grande confidenza. Sorride e scuote la testa.
"Gli agricoltori? Mi sembra gente un po' ostica. Li conosce bene?" insisto.
"Ma dottore! I contadini? Io?". E qui Piccolo fa una pausa. Una sospensione teatrale. Allarga le braccia, il sorriso. Si sporge sul tavolo, pianta una mano sul ripiano di legno, mi guarda fisso e dice: "Le confido un segreto".
"Dica".
"L'agricoltura è una passione per me".
"Molto bene. E dei sindacati che mi dice?". Piccolo si alza, come se stesse per andarsene, si pianta a gambe larghe in mezzo allo sgabuzzino ufficio. Si toglie la giacca. Tira fuori un taccuino non so da dove e me lo mostra da lontano. C'è qualcosa di scarabocchiato.
"Lei mi offende, dottore".
"Non me ne voglia".
"I sindacati? Mi ha chiesto come sono messo con i sindacati? Ho sentito bene, dottore?".
Annuisco.
Lui agita il taccuino avanti e indietro, lo indica con un dito e sussurra: "Sa che cosa c'è qui?". No, che non lo so. "Qui c'è un intervista in esclusiva con il segretario della Cgil. La sto portando ad un altro giornale con il quale collaboro. Se vuole la cedo a lei. Solo a lei, dottore!".
Non voglio la sua intervista. "Guardi, Piccolo niente articoli. Solo piccole informazioni. Ma ne voglio tante e tutti i giorni".
Capisco subito che Piccolo imita il cronista d'assalto. In realtà , come scoprirò ben presto, lui non ha rapporti con nessuno in città , fatica a farsi ricevere e ottenere informazioni già riciclate da altri, usa nello scrivere un linguaggio contorto e non ha mai uno straccio di notizia decente. A casa non si fa trovare, promette di passare in redazione e non lo vedo per giorni, ha sempre una buona scusa per tutto. Ma questa sua capacità di mentire, di spacciarsi per quello che non è, di vendere fumo a quintali, di avere quell'aria da bravo ragazzo di buona famiglia di provincia caduta in momentanea disgrazia me lo rende straordinariamente gradevole. E' un simpatico per natura. E’ un Piccolo di grande classe.
Un mattino di primavera, con la neve ancora sulle colline, lo trovo nel cortile del giornale, appoggiato ad un muro basso. Lo cercavo da giorni, come al solito, inutilmente. E' senza cappotto, non ho mai capito se per scelta o per necessità , e sta chino sul muro. Scrive. Passo oltre, ma lui mi ha già visto da lontano:
"Dottore! Ha sentito che aria di primavera!" dice posando carta e penna. Mi viene incontro, con il sorriso di quello che vede tutto rosa. Non ho voglia di rimproverarlo, dirgli che da giorni aspetto notizie, che l'ultima volta aveva ricicciato tre righe già scritte un mese prima. Non ho voglia. Si arrangi. Ma lui è all'attacco:
"Sa che cosa facevo qui?"
Mi fermo e gli guardo i fogli.
"Cattivo umore, eh?" mi dice dandomi la solita asciutta stretta di mano.
"Allora, che faceva qui Piccolo?"
"Un pezzo per lei, dottore. L'ho scritto a macchina, ma pensavo di dargli ancora qualche ritocco proprio stamattina. Tre cartelle. Contento?".
"Sono due settimane che aspetto queste tre cartelle, Piccolo. Non sarà in ritardo con il suo ritocco?".
E qui Piccolo dà il meglio di sè. E' unico. Un personaggio, un attore. Drammatico, comico, sbruffone. Sa di raccontare balle, ma lo fa così bene che non ascoltarlo sarebbe un peccato.
"Dunque, Piccolo?".
"Dottore, non sa che cosa mi è successo" dice abbassando gli occhi, facendo la faccia triste, cambiando tono di voce. Adulto e bambino. Questa del "che cosa mi è successo" Piccolo la ripete sempre. Salvo qualche variazione, più dettata da ragioni metereologiche, pioggia, neve o vento, che da episodi inventati fatti passare per reali. E' un grande attore, ma il suo copione, come le notizie che porta, è sempre lo stesso. Ha un canovaccio, su quello costruisce le varianti. Quel giorno di primavera però non sapevo dove volesse arrivare.
"Mi è successo un fatto incredibile. Se vuole glielo racconto mentre l'accompagno in ufficio, così ci scaldiamo un po'. Vuole, dottore?". Mi sospinge verso la porta d'ingresso. La apre, la tiene con il piede, mi tocca il braccio, si para davanti: "Prego dottore, dopo di lei!".
Saliamo, entriamo nel mio sgabuzzino, mi toglie il cappotto, mi sistema la sedia. Mi guarda. Aspetta che mi sieda e mi racconta una storia drammatica alla Dickens. In mezzo al torrente di parole, pronunciate con il tono grave di chi ha dovuto affrontare eccezionali eventi, di chi ha subito ingiustizie enormi, di chi è stato segnato dalla sorte malvagia, capisco che è una questione di soldi. Piccolo non ha una lira in tasca, non il becco di un quattrino, neanche cinque mila lire da mettere in benzina per riportare la macchina a casa. Che è una Bmw 520, vecchia di dieci anni, una specie di rottame vagante e rumoroso, che Piccolo guida con molta dignità e nel baule della quale tiene pane tagliato a fette e mortadella che mangia all'ora di pranzo, in piedi, nel parcheggio davanti alla redazione. Insomma, è a pezzi. Ma nella sua grandezza non è venuto a chiedere soldi a me, ma al giornale.
"Dottore, mi vergogno a dirlo. Ma se non muovo la macchina da lì mi danno la multa e se non ho una lira come faccio a pagare multa e benzina? Mi creda, mi sento a disagio. Ma lei è una persona sensibile, sono sicuro che mi capisce"..
Sto per commuovermi.
"Che devo fare, Piccolo?" dico guardando quella sua faccia che ha già ripreso colore.
"Grazie, dottore! Grazie! Posso suggerirle un rimedio?"
Sorrido. Non sono io che ho bisogno di un rimedio. E lui va avanti:
"Guardi, avrei pensato che si potrebbe chiamare l'amministrazione e chiedere a loro se possono darmi un anticipo sul mio compenso del prossimo mese. Si può?".
Eravamo a marzo appena iniziato e Piccolo doveva avere già intascato il suo magro stipendio, 200 mila lire nette. Ora chiedeva un anticipo su quello di aprile.
"Quanto vuole?".
"Se possibile, 190 mila lire, dottore".
"Cioè tutto il compenso di aprile".
"Quasi".
Già , quasi. Chiamo l'amministrazione e ottengo l'anticipo. Piccolo è al settimo cielo, mi ringrazia dandomi una pacca sulle spalle, sorride, tocca il cielo con un dito. Se non è alla fame poco ci manca. Avrebbe potuto fare l'architetto, si ostina a fingersi giornalista. Per 190 mila lire.
"Vedrà , dottore non accadrà più. E' un caso eccezionale. Circostanze avverse, cattivi consiglieri, un momento difficile. Passerà ".
"Mi porti delle notizie".
"Domani. Tre pezzi le bastano? Cinque? Ho in macchina tutto il necessario".
Guardo Piccolo che se ne va dal giornale con i suoi soldi in tasca. Il giorno dopo non vedrò nessun pezzo e nemmeno nelle successive tre settimane. In sei mesi Piccolo chiederà altri sei anticipi arrivando a metà anno con lo stipendio già pagato per l'altra metà . Ciononostante non avrà mai una lira. Con il vecchio Bmw smarmittato, la mortadella nel baule, i pochi articoli avvolti nella carta del pane. E il vestito grigio sempre più stazzonato.
Abc, il volto ferito di una bambina nasconde qualche dubbio 
Le immagini in onda della Abc che mostrano una bambina (a destra nella foto) ferita in un letto d'ospedale a Baghdad sono durate esattamente 28 secondi. Sufficienti a commuovere le famiglie americane in un'ora di grande ascolto. "Di questa piccola di 7 o 8 anni- ha detto Peter Jennings- non sappiamo nulla. Solo quello che compare sulla scritta in sovraimpressione con il nome dell'ospedale. Il filmato arriva da una delle televisioni arabe presenti sul posto. Per noi quella è solo una povera bambina ferita". In realtà nessuno è in grado di dire con certezza dove, come e quando sono state girate quelle immagini.