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gennaio 31 2003

Maestra, la giornalista copia

Che tristezza. Una giornalista delle televisione spagnola, Ana Rosa Quintana (nella fotografia), autrice del libro "Sabor ha hiel", bestseller con oltre 100 mila copie vendute, si è vista ritirare la sua opera da tutte le librerie del Paese. Il provvedimento, come riportato da Todotv, è stato preso da Planeta, la sua stessa casa editrice. La ragione è fin troppo semplice. Ana Rosa ha copiato oltre il 12 per cento del libro dai romanzi di Angeles Mastretta e Danielle Steel. La copiatrice Quintana ha detto che è stato un errore informatico a trasferire le frasi della Steel nel suo manoscritto. E poi suvvia. Copiare dalla Steel. Almeno un po' di buon gusto.

postato da: Sal alle ore gennaio 31, 2003 18:43 | link |
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Le truppe della Cnn partono

Paolo Mastrolilli, corrispondente de La Stampa dagli Stati Uniti, fornisce oggi numeri e cifre dell'imponente macchina da guerra televisiva che si sta muovendo verso il Golfo. La Cnn è pronta a spedire 100 tra giornalisti e tecnici. La Nbc ha 125 inviati con la valigia in mano. La Fox avrebbe ingaggiato per 80 mila dollari l'ex veterano del Golfo e amante di Lady Diana, James Hewitt. Costi alle stelle, ovviamente. Si parla di un milione di dollari al giorno per sostenere questo gigantesco sforzo informativo. Fin qui gli Usa, con le loro fissazioni sulle coperture totali. Un po' meno si sa dei movimenti italiani. Gli unici a faticare, sudare e correre per ora sono i giornalisti Rai che da qualche settimana seguono corsi di sopravvivenza e si addestrano in speciali campi sotto i comandi di ufficiali dell'esercito. Nel deserto a piedi e con la borraccia dovrebbero dunque farcela, se poi l'azienda fornirà ai suoi giornalisti anche la tecnologia adeguata, e non come avvenne nella percedente guerra del Golfo dove il solo Peter Arnett (nella fotografia) della Cnn aveva in valigia telefono satellitare, forse avremmo notizie non ricicciate dagli americani . Se poi la guerra non si dovesse fare, tanto meglio. Un po' di ginnastica avrà fatto bene a tutti.

postato da: Sal alle ore gennaio 31, 2003 17:49 | link |
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I reporter veterani invece si schierano

Bob Simon (nella fotografia), veterano tra i corrispondenti esteri della Cbs, si è schierato sull'opportunità di una guerra in Iraq. "Sarebbe del tutto inutile" ha detto a chi gli chiedeva una sua opinione. Gli ha fatto eco anche Peter Johnson, vecchio e ascoltato reporter del quotidiano Usa Today: "Per gli arabi sarebbe il solito arrogante imperalismo americano che potrebbe generare altro terrosimo".

postato da: Sal alle ore gennaio 31, 2003 17:39 | link |
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gennaio 30 2003

Poveri ma liberi

IN QUESTI GIORNI sono uscite sui giornali numerose inchieste dedicate al fenomeno dei blog, ovvero il tipo di sito Internet che state leggendo adesso. Pare che siano sempre di più i giornalisti che aprono un blog, che desiderano un blog, che bramano un blog. Tutti lì a spingere. Il blog è l'ultima frontiera. Sono blog quello di Claudio Sabelli Fioretti , oppure Wittgenstein di Luca Sofri, o ancora quello che sta costruendo Il Riformista per i suoi lettori. Dovrebbero essere blog anche il Barbiere della Sera e Dagospia di Roberto D'Agostino che però hanno nelle loro pagine inserti pubblicitari. Da ciò la divisione tra le due scuole di pensiero oggi predominanti. Chi sostiene che il blog deve essere puro, ovvero senza pubblicità. E chi dice che il blog è come tutto il resto, dunque si aprano le porte anche alla misera pubblicità.

Ai sofisti del blog si aggiungo quelli che si domandano quale ne sarà il futuro. Difficile dare una riposta. E soprattutto chissenefrega. Il blog è questo, punto. Società come Splinder , un gruppo di giovani davvero molto preparati che permettono anche al più recalcitrante frequentatore di Internet di farsi un blog in cinque minuti, hanno raggiunto la cifra di quasi 3.600 iscritti. Tutto gratis. Almeno per ora.

Tutto questa spipazzata per dire che domenica tornano i racconti di Sal Kentucky, ambientati nel truce mondo dell'editoria. Storie vere, fatti realmente accaduti, personaggi autentici. Dopo "L'amore orale di Segrate" e "Disney Magic World" che trovate nell'archivio a destra qui accanto, questa settimana arriva "A chager sulle Alpi". Protagonista il perfido direttore Carla Vanni e l'innefabile vice direttore Aleardo Putti. Stay with us.

postato da: Sal alle ore gennaio 30, 2003 11:07 | link |
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Reporters sans frontièrs, la ferocia di Saddam

CHI AVESSE DEI dubbi sulla ferocia di Saddam Hussein verso il suo "amato" popolo vada a leggersi questo rapporto di "Reporter sans frontières" e del trattamento che il dittatore ha riservato ai giornalisti, anche solo vagamente dissidenti, del paese. Quando dal caldo confortevole delle redazioni gli ormai numerosi opinionisti pontificano su scenari di pace o di guerra, sarebbe più opportuno che gli stessi alzassero le chiappe e le portassero in Kurdistan. Per dire. Qui ci sono, dice "Reporters sans frontières", 200 giornali, 2 televisioni satellitari, 20 canali televisivi privati e oltre 10 stazioni radio, tutti raggruppati in un territorio che è più piccolo della Svizzera. Ognuno con la speranza di strappare uno spicchio di libertà. Restando lì, al confine della paura. Se poi il viaggio dovesse rivelarsi un filo temerario è sempre possibile sostenere "Reporter sans frontières" nella sua opera di divulgazione. Costa soltanto 15 dollari all'anno. Per dodici mesi si sta con la coscienza a posto.

postato da: Sal alle ore gennaio 30, 2003 10:33 | link |
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Bob Noble, la leggenda in omaggio

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa fotografia di Bob Noble s'intitola Totspot ed è stata scattata a New York il 23 maggio del 1963

BOB NOBLE E' stato uno dei grandi fotografi di Life. Come Larry Burrows, Alfred Einsenstaedt e molti altri che hanno fatto del magazine una vera leggenda dell'editoria americana. Oggi Life rende omaggio ai suoi maestri offrendo ai visitatori del sito Internet immagini, screensaver e sfondi per il desktop. Tutto è ovviamente gratuito.

postato da: Sal alle ore gennaio 30, 2003 10:00 | link |
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gennaio 29 2003

Ma guarda sti' stalkerazzi

LA VICENDA E' un po' datata, per la verità. Ma siccome la giustizia anche negli Usa ha tempi biblici la storia è carina. Jennifer Aniston, moglie di Brad Pitt, ha fatto causa un paio d'anni fa ad un gruppo di "stalkerazzi" che l'avrebbero fotografata in topless nel giardino di casa. Solite irrisolte questioni. Quello che invece è divertente è questa nuova definizione di paparazzi. Ora sono "stalkerazzi", letteralmente inseguitori. Comunque sempre fotografi, bravi, intelligenti e curiosi.

postato da: Sal alle ore gennaio 29, 2003 16:48 | link |
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Pasolini, che nostalgia

Il "Riformista" di oggi pubblica, in ultima pagina e a firma di Michele Anselmi, la vicenda del film "Un mondo d'amore" dedicato agli anni giovanili di Pier Paolo Pasolini dal regista Aurelio Grimaldi. Una pellicola pronta da un anno che ancora non si è trovato il modo di far uscire nelle sale. Il regista non è molto amato dai vecchi amici di Pasolini. Dopo "Nerolio" Laura Betti, Sergio Citti e Vincenzo Cerami gli tolsero il saluto. Lo bocciarono senza riserva. Nel caso di questo film la storia è ancora piĂą complicata perchĂ© la pellicola non trova una collocazione, ma in qualche modo riassume tutti i tormenti che hanno sempre legato Pasolini ad un mondo politico grezzo, ignorante e presuntuoso. Per questo oggi ci manca ancora di piĂą. Vorremmo avere sempre sotto gli occhi quella sua limpida scrittura. Ecco perchĂ© gli vogliamo bene.

postato da: Sal alle ore gennaio 29, 2003 15:26 | link |
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Il Paperon de' Paperoni è Marco Tronchetti Provera

 

 

 

 

 

 

Marco Tronchetti Provera

Il più ricco uomo d'Italia è Marco Tronchetti Provera. Il suo imponibile è stato di 267.688.984, 18 euro nella dichiarazione del 2001. Al secondo posto c'è Giorgio Armani, con 167.069.406, 13, e al terzo Pasquale Natuzzi, quello dei divani con 67.924.077,74, a seguire tutti gli altri pubblicati oggi da Panorama. Sulla classifica dei più poveri qualcuno dovrebbe però attrezzarsi fin da ora.

postato da: Sal alle ore gennaio 29, 2003 08:32 | link |
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gennaio 28 2003

Giornali gratuiti, qualche dubbio

Le free press sono quei giornali gratuiti distribuiti nelle stazioni della metropolitana, sugli autobus, nei parcheggi sotterranei. Un fenomeno che ha avuto nell'ultimo anno una grande espansione. Qualcuno ci crede, come la Rizzoli che ha detinato altri investimenti al settore, altri cominciano ad essere dubbiosi. Tra i paesi europei con qualche perplessità sui reali risultati economici dei giornali gratuiti c'è anche la Spagna, come illustrato da Guillermo Luca de Tena del Grupo Correo-Prensa Española.

postato da: Sal alle ore gennaio 28, 2003 23:44 | link |
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Pettegolezzi d'autore

 

 

 

 

 

 

 

Cindy Adams è una delle reporter più pettegole di New York. I suoi gossip sul poco credibile New York Post sono però esilaranti. E perfino le sue considerazioni politiche di oggi su Al Gore sono interessanti.

postato da: Sal alle ore gennaio 28, 2003 17:47 | link |
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Grazie cardinale

 

 

 

Il cardinale Severino Poletto

La Torino di sinistra e i cattolici riformisti hanno una nuova stella. E' il cardinale Severino Poletto. Il prelato che domenica ha celebrato la messa per il funerali dell'avvocato Agnelli, ha "dimenticato" in apertura di cerimonia di citare tra i presenti il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. Una svista notata immediatamente da milioni di telespettatori e dalle migliaia di torinesi che assistevano all'aperto alla funzione e che avrebbero volentieri applaudito il prelato. Nanni Moretti dovrebbe organizzarne mille di girotondi per ottenere lo stesso risultato. Il cardinale, che anche ha ricordato alla famigli Agnelli che la Fiat non si vende, si è poi scusato con Berlusconi per la dimenticanza. E si è beccato qualche fischio dalla piazza. Ma la domanda che molti si pongono oggi è se il cardinale nell'omelia abbia volutamente dimenticato di citare Berlusconi. Quello che è difficile credere è che Severino Poletto, prelato di così alta levatura intellettuale come ha dimostrato in molte occasioni, non si sia ricordato che nel primo banco c'era il presidente del consiglio. Una risposta certa non c'è, i preti e la Chiesa torinese in genere non amano Berlusconi, il simbolo della ricchezza sfrontata, della divisione di classe e soprattutto del consumismo. E' opionione di tutti invece che il cardinale di Torino non avrebbe dovuto scusarsi con il capo del governo. In fin dei conti un uomo di chiesa non deve rendere conto a nessuno degli atti che compie durante il suo potere temporale. L'unico punto di riferimento che ha sta molto in alto. E dunque dovrebbe sentirsi libero di dire ciò che davvero pensa.

postato da: Sal alle ore gennaio 28, 2003 08:31 | link |
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gennaio 27 2003

Giorno della Memoria, oggi è solo silenzio

Il manifesto è degli studenti dell'Istituo Steiner di Torino www.comune.torino.it/cultura/appuntamenti/memoria/

postato da: Sal alle ore gennaio 27, 2003 00:24 | link |
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gennaio 26 2003

Oggi giorno di lettu...

Oggi giorno di lettura. E' la volta di "Anni di Grazia", racconti, cattiverie e indiscrezioni sul direttore Carla Vanni e su quello che per molti anni è stato il più diffuso settimanale femminile d'Italia. Il periodo descritto è nella metà degli anni Ottanta, ricordo infine che sono già stati postati qui "L'amore orale di Segrate" e "Disney Magic World" che trovate nell'archivio.

Anni di Grazia

E' un mattino di dicembre quando sento squillare il telefono sulla mia scrivania. Sono arrivato in redazione presto, fuori c'è la solita nebbia di Segrate. Il lago delle carpe è grigio e freddo. Niente orizzonti, aria spessa e umida. Alzo il ricevitore. E' Anna Lovise. Vice capo del personale. Produce sforzi enormi per offrire il meglio dell'azienda, lo fa con ardore, si sente l'erede delle Grandi Tradizioni della premiata ditta Arnoldo. In realtà quel mondo è finito da un pezzo. E lei non è che un’impiegata che deve barcamenarsi tutto il giorno tra direttori capricciosi e redattori inquieti. Ci diamo del "tu", da quando sono diventato professionista. E' così con tutti. Una specie d'iniziazione aziendale che prevede il "lei" durante il praticantato e il "tu" dopo l'esame di Roma.

"Sal, ho una grande notizia. Sei seduto?" mi domanda.

"Super seduto" rispondo.

"Ho combinato per te un appuntamento eccezionale. Ti dico un nome solo. Carla Vanni” lo dice in un sussurro, come se dovessi presentarmi al capo della Cia.

Lo sapevo. Che fesso, però. Per un nanosecondo mi ero illuso. Avevo creduto che stesse per propormi Panorama, Epoca o, alla meno peggio, Espansione. Invece spunta Lei, il direttore di Grazia. Il minimo e il massimo del giornalismo allo stesso tempo. Carla Vanni, meglio conosciuta come la sorella di Andreina, fino ad un decennio prima una leggenda mondadoriana. Abbasso il ricevitore, non senza avere dato il peggio di me stesso in fatto di contentezza, e mi domando che c'entro io con Grazia. Moda, pettegolezzi, cucina, maglia, amori, tradimenti, tendenze, cucito. Assolutamente nulla. Come sempre.

Il mattino dopo alle undici in punto salgo al terzo piano. Ufficio del personale. Mentre varco la soglia dello sgabuzzino colloqui mi viene in mente che anche Maurizio Costanzo ha soggiornato a Grazia per qualche anno. Non so perchè penso a Costanzo, ma almeno riesco a fare gli ultimi tre metri di strada. Davanti ad un tavolo rotondo la Lovise sta in piedi e finge di sfogliare una cartella dattiloscritta.

"Sal, sono così contenta che nemmeno te lo immagini. E' il tuo momento. Qui ti giochi tutte le carte" mi dice indicandomi una porta di fronte allo sgabuzzino "La Vanni è là" aggiunge con un filo di voce "Adesso entri con me, io starò zitta e tu e lei vi parlerete. Vorrà sapere di te, di quello che hai fatto, chi sei, se ti piace scrivere, da dove arrivi. Tu parla, racconta, spiegati. Ma non ti emozionare, non mostrare presunzioni, non essere arrogante o troppo deciso. Sei un bravo ragazzo. Vedrai che le piacerai. Sono con te". Mi stringe il braccio. Sono quasi certo che le stiano brillando gli occhi. Scuoto la testa, mentre mi spinge dolcemente verso l'uscio di fronte. Prima di aprire la porta mi sussurra: "Parla quanto vuoi. Ma non troppo. Ricordati sempre chi hai davanti".

La Vanni è seduta ad un tavolo rotondo. Tutti i tavoli per riunioni in Mondadori sono rotondi, ovali, smussati ai lati. Nessuno angolo è a spigolo. Perciò la Vanni, che preferisce distanze nette, è costretta a stare seduta in curva. Ovunque io mi sieda sarò sempre troppo vicino.

"Direttore, le presento il giornalista di cui le ho parlato" dice la Lovise.

"Sal Kentucky. Buon giorno direttore" dico allungando la mano. La Vanni accenna ad alzarsi, mi stringe la mano e ripiomba sulla poltrona. E' vestita di nero, capelli tirati all'indietro sotto uno strato di gel fresco di cinque centimetri, trucco leggero che accentua il naso a proboscide. Sul davanti, quello che nelle donne si chiama seno, pendono occhialini da lettura tenuti da una cordicella nera. La vedrò così, salvo leggere variazioni nel nastro dei capelli in occasione di Pasqua e Natale, per tutto il tempo della mia detenzione a Grazia. Stiamo tutti zitti. E' persino imbarazzante. Poi parte la Vanni.

"Dunque, lei sarebbe... ".

"Kentucky, direttore. Sal Kentucky ". Bond. James Bond.

"Certo. Vorrei essere molto chiara con lei".

"Non chiedo di meglio".

"Bene. Non voglio fraintendimenti" dice la Vanni guardandomi.

"Nemmeno io".

"Meglio così. Allora, in tutta franchezza, le dirò che lei non serve al mio giornale. In questo momento non ho bisogno di aumentare l'organico. Ho già abbastanza problemi. Per di più mi pare che lei non abbia alcuna caratteristica adatta al tipo d'informazione che facciamo noi. Dunque... "

Ci siamo. Mi caccia ancor prima che sulle labbra della Lovise si spenga quel fiore di sorriso che le ha bloccato i lati della bocca.

"Dunque, ho deciso di prenderla, come dire, in appoggio alla redazione. Una specie di prestito per venire incontro alle esigenze della dottoressa Lovise e dell'azienda. FarĂ  lavoro di redazione. Poi vedremo. Le piace la cucina? ".

Magnifico. Chi sono, cosa ho fatto, da dove vengo, se m'interessa scrivere, l'esperienza, la passione. Niente, zero. Mi chiede se mi piace la "cucina". No. Preferisco l'uncinetto.

"Intendo dire se le interessa svolgere compiti di cucina redazionale" dice dopo un silenzio imbarazzante.

"Oh, sì. Molto!". Odio la cucina redazionale, non ci sono portato. E' una Cayenna, il Vietnam.

"Da noi sono anche molto graditi suggerimenti per servizi, inchieste, interviste. Lei può proporne quanti ne vuole".

Allora, qui si scrive. Ho suggerimenti da vendere.

"Certo. Soprattutto sulle inchieste. Ho molte proposte da fare".

"Sono contenta. Anzi, appena gliene viene in mente uno lo dica al vice direttore. Poi vedremo di affidarlo a qualcuno che lo scriva. Non si offenda, ma io faccio così".

Non mi offendo. Se lo sgabuzzino avesse avuto una finestra vi avrei infilato la Vanni e spinto il suo grosso culo direttamente nel vuoto. Così, tanto per vedere che faccia avrebbero fatto i pesci del lago.

postato da: Sal alle ore gennaio 26, 2003 14:15 | link |
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gennaio 25 2003

Il quotidiano americano "Usa Today" (www.usatoday.com) offre quasi tutti i giorni opportunitĂ  di lavoro anche ai giornalisti. Agli annunci si arriva facilmente dalla homepage. Quasi sempre si tratta di offerte in sedi Usa del giornale, ma qualche volta anche in localitĂ  straniere, Europa compresa. Un'eccellente opportunitĂ  per giovani italiani che conoscano bene la lingua inglese e che vogliano fare seriamente questo mestiere. I giornali italiani non si adegueranno mai. I posti di lavoro, quando ci sono, in genere restano segreti, celati nelle stanze, passati sottovoce a mogli, figli, cugini, colleghi, conoscenti, amici. Se si imitasse il modello americano il vento spazzerebbe via troppi privilegi.

Domani domenica, come nelle migliori tradizioni dei magazine anglosassoni, giorno di lettura, arriva "Anni di Grazia", con il direttore Carla Vanni e poi storie, cattivo giornalismo, indiscrezioni sul primo settimanale femminile d'Italia.

postato da: Sal alle ore gennaio 25, 2003 14:33 | link |
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Il quotidiano inglese "The Guardian" (http://www.guardian.co.uk) rivela nel numero di oggi che Amazon.(http://www.amazon.com) ha spedito in Inghilterra, tra il primo dicembre scorso e Natale, oltre 6 milioni di titoli. Il direttore di Amazon Robin Teller ha spiegato di avere ricevuto oltre 30 mila ordini solo per Harry Potter. In appena ventiquattro giorni questo è stato il maggior giro d'affari di Amazon in Gran Bretagna.

postato da: Sal alle ore gennaio 25, 2003 14:14 | link |
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Un mio vecchio collega, di molti anni fa, a proposito del suo mestiere di giornalista, entrando la mattina in redazione diceva: "Non sono qui per passare alla gloria, ma alla cassa". E' quello che tutti fanno e nessuno ammette.

postato da: Sal alle ore gennaio 25, 2003 13:20 | link |
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gennaio 23 2003

Dalla prossima settimana questo blog diventa quotidiano. Cerchiamo di farne un osservatorio sull'editoria. Aperto al commento di tutti.

Qui sotto ci sono le due puntate de "L'amore orale di Segrate" e "Disney Magic World", le prime tappe di un viaggio di cattiverie all'interno del mondo dell'editoria, della televisione e dei giornali.

Domenica sarĂ  la volta di "Anni di Grazia", peccati, malefatte e pessimo giornalismo nel maggiore settimanale femminile italiano.

Spegnete la televisone, leggete i blog.

postato da: Sal alle ore gennaio 23, 2003 23:12 | link |
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gennaio 22 2003

Oggi la seconda puntata de "L'amore orale di Segrate". Riassunto delle precedenti. Sal, nel suo lungo girovagare redazionale, ha trascorso quasi dieci alla Mondadori.  Cominciando con Topolino, la leggenda Disney, e  Dolly,  settimanale cult per teenager che nella metĂ  degli anni Ottanta andava esaurito in tutte le edicole.

I personaggi descritti sono tutti esistiti, così come i fatti e gli episodi descritti. Il direttore di Topolino, Gaudenzio Capelli, è ancora oggi uno stimato consulente dell'editoria per ragazzi. Del suo vice Elisa Penna non so piĂą nulla, ma ho la sensazione che sia rimasta con la testa nel corpo di Barbie. Il direttore di Dolly, Vera Montanari, dirige  Gioia, ed è uno dei giornalisti meglio stipendiati d'Italia.

Questo è quanto, nelle prossime settimane sarà il turno delle puntate su Retequattro, nella versione precedente a questa di Berlusconi, Autoggi, Grazia e al suo direttore Carla Vanni e naturalmente di molti altri.

L'amore orale di Segrate

 

 

 

In questa piccola fotografia un gruppodi tipografi della Mondadori nel 1918. Era l'inizio della lunga epopea del fondatore Arnoldo. L'immagine è stata tratta da quelle pubblicate dalla Fondazione Mondadori http://www.fondazionemondadori.it.

La Montanari sforna servizi con una fantasia che non immaginavo e io, sempre unico uomo in redazione, mi sento sempre più a disagio. Non so che fare. Non mi viene in mente nessun servizio, la rivoluzione per me si fa drammatica. Non mi sento di scrivere di sesso per bambine di undici anni. Manco per donne di quaranta o di sessanta. Figuriamoci di dieci. La Montanari lo capisce, nota il mio distacco sempre più marcato dal giornale, così un giorno mi convoca nel suo ufficio.

“Caro Sal, come avrai visto Dolly va verso un grande cambiamento” dice sorridendo. Ma ormai so che le sue sono labbra tese, non sorrisi. E’ incazzata. Io non so che dire, come al solito. Mi avesse detto che invece dei reduci del Vietnam ci saremmo occupati delle repressioni nel Chapas avrei aperto un confronto, così non capisco neanche dove sono.

Ma la Montanari non usa giri di parole: “Tu dovresti seguire meglio questa fase di mutamento del giornale, mi sembri troppo assente. Come avrai notato, le nostre lettrici ci chiedono meno musica e più servizi sul personale”. Lei il sesso lo chiama così. E aggiunge: “Ecco, qui sta il punto, che dovrebbe anche consentirti di seguirmi meglio. Ho deciso che a turno tutti dovremo occuparci della posta delle dolline. Tu compreso. Leggi le lettere che arrivano e rispondi. Impara a dare qualche consiglio, entra un po’ nella loro filosofia, vedi di capire i loro problemi. Guarda che è un compito delicato. Una settimana a testa. Voglio che cominci tu”.

Esco da quell’incontro con il morale sotto le scarpe. Che cosa ho da dire io alle “dolline”? Niente. Vado al bar. Appoggiato al banco c’è il collega Gian Piero Dell’Acqua, un grande. Sa tutto di cinema, ha girato il mondo come inviato, è uno scrittore. Ora è a Panorama. Ho letto il suo “Ciao Hemingway”, un libro di ricordi straordinario. Ha i capelli grigi, la faccia segnata, lunghe storie ancora da raccontare.

Torno a Dolly. Come si può bere un caffè vicino a Dell’Acqua e trenta secondi dopo stare qui? Per darmi una risposta le solerti colleghe, che non mi possono vedere, hanno provveduto a svuotare tre scatoloni di lettere sulla mia scrivania. Le dolline scrivono come forsennate, ogni giorno centinaia di missive, migliaia alla settimana. Segno che il giornale va alla grande.

Che cos’è un preservativo? Se lo bacio in bocca resto incinta? Come si fa l’amore orale? Ho quindici anni e lui mi ha chiesto di fargli un pompino, ma esattamente la lingua dove la metto? Ho le tette piccole, sono disperata, lui mi ha lasciato per Katia, che devo fare? Lui ha quindici anni, io dodici ma non mi va di toccarlo lì, pensi che si scoccerà di me? Sono innamorata di uno grande di trentacinque anni che vuole fare all’amore con me, ma se sua moglie è sempre a casa come facciamo?

Tutte così, modello Nabokov. E oltre. Ne leggo cinquanta, una per una. Sono disperato. Cerco di capire, ma mi rendo conto che non potrò mai rispondere a una sola di queste scatenate Lolite. Sto con le lettere sul tavolo per tre giorni. Infilo un foglio nella macchina e scrivo: “Se non sai che cosa è l’amore orale vieni qui che te lo insegno io”. E’ l’unica risposta che mi sento di dare. Volgare ma onesta. Non so niente della psicologia infantile, dei drammi dell’amore, delle bambine e delle loro smanie. E soprattutto non lo voglio sapere.

Per essere bravi giornalisti si deve stare tra le gente, capire, osservare quello che accade. Ma se alla mia età mi metto a guardare ai giardini due quindicenni che slinguano è facile che mi arrestino. Già mi vedo con copie di Dolly sotto l’impermeabile davanti alle scuole medie. Per “immedesimarmi nella loro realtà”, come dice la Montanari.

Mi metto in tasca l’unica risposta che sono riuscito a scrivere in una settimana. Resto ancora un mese. La tengo preziosa. Qui si farà pure del giornalismo con le palle, comunque non più con le mie.

postato da: Sal alle ore gennaio 22, 2003 10:26 | link |
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gennaio 21 2003

Martedì, pomeriggio. Si sbatte molto Sal per uscire da questa galleria buia della disoccupazione. Ma quando le strade sembrano ben asfaltate si riempiono di buche. Se fai il giornalista di mestiere e non sai fare null'altro, le porte si chiudono con molta più facilità.

Da Oreste il benzinaio oggi c'era il solito operaio Fiat Tazio. Solito perché lui ha i giorni fissi alla pompa di Oreste. Il martedì e il mercoledì. Come uno va dal parrucchiere, Tazio soggiorna sotto le piante del distributore. Il fatto è che in questi due giorni della settimana cambia turno alla catena di montaggio. Dovrebbe stare a casa di giorno e lavorare di notte. Ma secondo Oreste, che è un po' grezzo nelle opinioni ma abbastanza intuitivo, Tazio va da lui per almeno tre ragioni. La prima è che non sopporta la moglie, un ratto infagottato in una perenne vestaglia gialla. La seconda è che ha tre figli che hanno trasformato la casa in un campo di battaglia, non solo visivo ma anche sonoro. La terza è che la panettiera che ha una bottega all'angolo della piazza, di fronte al distributore di Oreste, non è certo da buttar via. E Tazio è un maestro nell'allungare gli occhi. I bookmaker della pompa, ovvero Oreste, suo fratello tassista e le due sorelle, non lo hanno nemmeno mai quotato. Dunque.Sal sostiene che la disoccupazione ha i suoi lati positivi. Questo è uno di quelli, tanto per dire. Guardare in faccia gli altri, come si faceva una volta per le vie dei paesi. Aspettare i pensieri. Osservare la gente.

Domani arriva la seconda puntata de "L'amore orale di Segrate". Poi seguiranno le altre. La storia di Sal nei giornali è appena all'inizio.

postato da: Sal alle ore gennaio 21, 2003 11:40 | link |
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gennaio 20 2003

E' un po' dura stare sotto un bersò in pieno inverno, ma ho un sacco di storie da raccontare. Tanto vale che mi metta un piumino. Nel mio lungo girovagare redazionale, ho trascorso quasi dieci alla Arnoldo Mondadori Editore. Prima con leggenda Disney Topolino e poi a Dolly, settimanale cult per teenager che nella metà degli anni Ottanta andava esaurito in tutte le edicole.

I personaggi descritti in queste annotazioni sono ovviamente veri, così come i fatti e gli episodi descritti. Il direttore di Topolino, Gaudenzio Capelli, è ancora oggi uno stimato consulente dell'editoria per ragazzi. Del suo vice Elisa Penna non so più nulla, ma ho la sensazione che sia rimasta con la testa nel corpo di Barbie. Dunque. Il direttore di Dolly, Vera Montanari, dirige ora Gioia, ed è uno dei giornalisti meglio stipendiati d'Italia.

Questo è quanto, prossimamente sarà il turno di Retequattro, nella versione precedente a questa di Berlusconi, Autoggi, Grazia e al suo direttore Carla Vanni e naturalmente di molti altri.

L'amore orale di Segrate

 

 

 

 

La Mondadori di Oscar Niemayer. A Segrate non ci sono frutteti ma solo le gigantesche carpe del lago. La fotografia è tratta dal sito della casa editrice http://www.mondadori.com

E viene per me il tempo delle mele. A Segrate non ci sono frutteti, solo le gigantesche carpe del lago sul quale poggia l’imponente edificio di Oscar Niemeyer. Pesci spaventosi, con la bocca spalancata che ti guardano dalla superficie dell’acqua ogni volta che entri o esci dal palazzo di vetro. Le mie mele metaforiche le vado invece a raccogliere una sera d’autunno, quando esaurito il soggiorno obbligato a Topolino lascio il Disney Magic World per Dolly, rivista formato tascabile per adolescenti inquiete. Mi chiama nel suo ufficio Vera Montanari, pasionaria del ’68, comunista di ferro, un tempo barricadera di radio Popolare, ora giovane direttore emergente, piazzata dai vertici Mondadori a Dolly per tastarne le qualità.

La Montanari ne ha in abbondanza, sa anche scrivere, caso unico tra i direttori dei femminili. E’ un’egocentrica senza confini, ha un ego così smisurato che l’open space stenta a contenerlo, siede sulla sua poltrona di direttore di questo minuscolo giornale come fosse in via Solferino.

“Dolly non è da meno di Epoca o di Panorama” mi dice mentre ci parliamo quella sera. Mi viene da sorridere. Un po’. Qui è difficile capire quando un direttore parla sul serio. La Montanari non scherza. Il colloquio dura parecchio, lei mi spiega che cosa è Dolly, qual è il suo pubblico, che tipo di lettrici vanno in edicola ogni settimana. Io ascolto, annuisco, mostro curiosità. Mi sento ancora una volta gettato in un mondo che non mi appartiene. Dolly, Mani di Fata o Tuttoncinetto è lo stesso. Per la Montanari invece non è così. Dolly è una nave da guerra, il giornale della fascia giovani che vende di più in Italia, un cult per le bambine, il settimanale che fa paura alla concorrenza, che ripulisce il mercato pubblicitario, che apre confini del giornalismo mai immaginati fino ad ora. Sarà.

La Montanari parla e s’infervora, spiega e si entusiasma, è un vulcano di progetti. E’ qui il giornalismo, dice. E indica una copia di Dolly su suo tavolo. Fermo lo sguardo sulla copertina dove non si capisce se una bambina o una donna non sviluppata sorride allusiva. Il direttore aggiunge che in una redazione di tutte donne ha bisogno di un uomo, come me. Chissà. Io resto della mia opinione. A meno che uno non sia un pedofilo, e questo non è precisamente il mio caso, difficilmente può immedesimarsi in lettrici di quindici anni. Le più vecchie, le altre ne hanno dodici.

Dunque sono a Dolly, come volevasi dimostrare. La mia scrivania si affaccia su un ramo del lago di Segrate. Accanto, a meno dieci metri, divisi dai pannelli verdi, ci sono i colleghi della redazione di Epoca e, dall’altra parte, quelli di Panorama. Sto in un panino. Sento le telescriventi, spio le riunioni di redazione, ascolto il battito del giornalismo di frontiera.

E comincio con i grandi temi di Dolly. Per un po’ mi occupo di servizi sulla musica rock. Ne so poco, sono rimasto ai Rolling Stones, ma m’impegno. Leggo, guardo i video, studio. Imparo a conoscere il linguaggio delle dolline, il loro modo di esprimersi, m’immedesimo in uno slang di pochi vocaboli essenziali. Le nostre lettrici non sono colte, non sono ribelli, non sono figlie della contestazione, non studiano volentieri, non hanno grandi obiettivi. Sono come tutte le bambine di quell’età. Credo. Quello che hanno in comune è un unico, gigantesco e irrinunciabile problema. Il sesso.

Sapere tutto, scoprirne ogni mistero, accumulare esperienze sempre diverse. Dodici anni e sesso. Maschi e sesso. Scuola e sesso. La Montanari lo capisce, lo dicono le indagini di mercato, lo vogliono i clienti pubblicitari che producono assorbenti. Perciò in pochi mesi trasforma Dolly da settimanale musicale ad una specie di manuale sul sesso. Se ne vanno gli ingenui rocchettari e arrivano pagine di consigli, suggerimenti, inchieste. Il primo bacio, la prima scopata, petting come se piovesse, dirlo alla mamma, tradire lui, tradire lei, toccarsi a scuola.

La Montanari sforna servizi con una fantasia che non immaginavo e io, sempre unico uomo in redazione, mi sento sempre più a disagio. Non so che fare. Non mi viene in mente nessun servizio, la rivoluzione per me si fa drammatica. Non mi sento di scrivere di sesso per bambine di undici anni. Manco per donne di quaranta o di sessanta. Figuriamoci di dieci. La Montanari lo capisce, nota il mio distacco sempre più marcato dal giornale, così un giorno mi convoca nel suo ufficio.

“Caro Sal, come avrai visto Dolly va verso un grande cambiamento” dice sorridendo. Ma ormai so che le sue sono labbra tese, non sorrisi. E’ incazzata. Io non so che dire, come al solito. Mi avesse detto che invece dei reduci del Vietnam ci saremmo occupati delle repressioni nel Chapas avrei aperto un confronto, così non capisco neanche dove sono.

Ma la Montanari non usa giri di parole: “Tu dovresti seguire meglio questa fase di mutamento del giornale, mi sembri troppo assente. Come avrai notato, le nostre lettrici ci chiedono meno musica e più servizi sul personale”. Lei il sesso lo chiama così. E aggiunge: “Ecco, qui sta il punto, che dovrebbe anche consentirti di seguirmi meglio. Ho deciso che a turno tutti dovremo occuparci della posta delle dolline. Tu compreso. Leggi le lettere che arrivano e rispondi. Impara a dare qualche consiglio, entra un po’ nella loro filosofia, vedi di capire i loro problemi. Guarda che è un compito delicato. Una settimana a testa. Voglio che cominci tu”.

Esco da quell’incontro con il morale sotto le scarpe. Che cosa ho da dire io alle “dolline”? Niente. Vado al bar. Appoggiato al banco c’è il collega Gian Piero Dell’Acqua, un grande. Sa tutto di cinema, ha girato il mondo come inviato, è uno scrittore. Ora è a Panorama. Ho letto il suo “Ciao Hemingway”, un libro di ricordi straordinario. Ha i capelli grigi, la faccia segnata, lunghe storie ancora da raccontare.

Torno a Dolly. Come si può bere un caffè vicino a Dell’Acqua e trenta secondi dopo stare qui? Per darmi una risposta le solerti colleghe, che non mi possono vedere, hanno provveduto a svuotare tre scatoloni di lettere sulla mia scrivania. Le dolline scrivono come forsennate, ogni giorno centinaia di missive, migliaia alla settimana. Segno che il giornale va alla grande.

Che cos’è un preservativo? Se lo bacio in bocca resto incinta? Come si fa l’amore orale? Ho quindici anni e lui mi ha chiesto di fargli un pompino, ma esattamente la lingua dove la metto? Ho le tette piccole, sono disperata, lui mi ha lasciato per Katia, che devo fare? Lui ha quindici anni, io dodici ma non mi va di toccarlo lì, pensi che si scoccerà di me? Sono innamorata di uno grande di trentacinque anni che vuole fare all’amore con me, ma se sua moglie è sempre a casa come facciamo?

Tutte così, modello Nabokov. E oltre. Ne leggo cinquanta, una per una. Sono disperato. Cerco di capire, ma mi rendo conto che non potrò mai rispondere a una sola di queste scatenate Lolite. Sto con le lettere sul tavolo per tre giorni. Infilo un foglio nella macchina e scrivo: “Se non sai che cosa è l’amore orale vieni qui che te lo insegno io”. E’ l’unica risposta che mi sento di dare. Volgare ma onesta. Non so niente della psicologia infantile, dei drammi dell’amore, delle bambine e delle loro smanie. E soprattutto non lo voglio sapere.

Per essere bravi giornalisti si deve stare tra le gente, capire, osservare quello che accade. Ma se alla mia età mi metto a guardare ai giardini due quindicenni che slinguano è facile che mi arrestino. Già mi vedo con copie di Dolly sotto l’impermeabile davanti alle scuole medie. Per “immedesimarmi nella loro realtà”, come dice la Montanari.

Mi metto in tasca l’unica risposta che sono riuscito a scrivere in una settimana. Resto ancora un mese. La tengo preziosa. Qui si farà pure del giornalismo con le palle, comunque non più con le mie.

postato da: Sal alle ore gennaio 20, 2003 19:13 | link |
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gennaio 19 2003

Domenica, mattino. E...

Domenica, mattino. Ecco la seconda parte della storia di Sal a Topolino.

Disney Magic World

"Sei il nuovo? Piacere Penna" dice con un sorriso che va da un orecchio all'altro. Penna, credevo fosse un nome d’arte. Penna, per una giornalista è già il massimo, per una giornalista che lavora in un mondo di pennuti è addirittura incredibile. Quando si dice il destino. La Penna è il vicedirettore di Topolino e di tutte le pubblicazioni Disney, che sono una miriade. Anche del Manuale delle Giovani Marmotte, che rimane un libro cult in assoluto, uno dei dieci oggetti da salvare prima della distruzione del pianeta.

Elisa, come vuole che la si chiami, è da sempre il vice di Capelli. Nel senso più specifico del termine. Capelli direttore, Penna vice. Trent’anni così. Anzi, in tempi remoti, quando Topolino aveva ancora le braghe con i bottoni rossi, Capelli era un semplice redattore. La Penna già vice di un altro. Poi Capelli ha percorso tutte le tappe, ha superato la Penna e gli si è piazzato davanti. Direttore. Elisa c’è rimasta male e Gaudenzio sente da sempre, per questa ragione, un profondo senso di colpa nei suoi confronti. Così le lascia carta bianca.

Libera di decidere su tutto, escluso Topolino, che non si tocca. E’ il trono di Capelli. Passi per la carriera, ma Capelli traccia confini ben precisi nei ruoli, oltre i quali neanche la Penna può andare. Gaudenzio le ha riservato Il Giornale di Barbie. E’ una delle venti pubblicazioni che Capelli dirige e che fruttano alla Mondadori decine di miliardi all’anno. Barbie, la bambola sexy della Mattel. Un fiume di denaro.

Ho appena il tempo di stringere la mano alla Penna che capisco dove sto per andare. A Barbie, mi viene la pelle d’oca a pensarci. La bambola con le chiappe rotonde e le tette a punta che mia sorella vestiva e io svestivo. La Penna mi fa segno di seguirla. Attraverso la redazione seguito dagli sguardi dei colleghi. Ho l’impressione di vederli sorridere. In silenzio, ognuno fisso al posto di prima, la testa bassa ma con una sottile perfidia sulle labbra. Ci credo. Barbie, mi ripeto mentre entro dalla Penna.

Eccola lì. Nel trionfo del suo fascino perverso. Un manifesto formato gigante attaccato al muro. Barbie e Ken, il fidanzato che non si sa che cos’ha sotto il costume da bagno, mano nella mano davanti all’omonimo camper e all’omonima casa tutta dipinta di rosa. E’ l’ufficio della Penna. Ci sono montagne di Barbie disegnate. Libri, fotografie, gadget, come un negozio. Sono così preso da questo batuffolo rosa di ufficio che non mi accorgo che il vicedirettore mi fa segno di accomodarmi.

La Penna è una donna che ha più di cinquant’anni, di corporatura robusta, infagottata in abiti senza forma, capelli tinti di biondo, la faccia larga cascante, gli occhi chiari e acquosi. Una quasi nonna, nubile, solitaria, abita con un gatto a San Felice, quartiere di lusso davanti alla Mondadori. E’ una donna strana, umorale, capace di ridere spensierata e due minuti dopo piangere come una bambina. Prende da parte i redattori, li sgrida con il dito puntato in alto, poi si pente, torna in ufficio e piange. Ogni tanto cammina con brevi saltelli, altre volte si muove come avesse cento chili sulle spalle, spesso corre come inseguita da Ken in moto. Quando ti guarda tiene gli occhi chiusi a fessura, poi li spalanca di botto, parla con una specie di cantilena, muovendo la testa da una parte all’altra. Si tocca i capelli, guarda fisso negli occhi, ha poca memoria e spesso pensa ad altro. Ha la mania dei vezzeggiativi. Li usa in continuazione. Mi parla come se fossi una bambina.

“Barbie, chi l’avrebbe mai detto...” dico mentre mi siedo.

“Che caruccia, vero?”.

“Insomma...”

“Un tesoruccio di bambina”.

Volendo potrei uscire. Ora. Senza voltarmi indietro per non restare di sale. Rimango. La Penna di ogni vocabolo ne fa un diminutivo. Tutto è piccolo. Anch’io, forse.

“Non sapevo che esistesse un giornale così” dico per riprendere un po’ la conversazione. Lei mi fissa, contornata da un disegno che ha alle spalle dove si vede Barbie in groppa ad un cavallo alato verde pisello.

“Uhh, perbacco! Eccome se esiste questo giornale! Abbiamo migliaia di teneri cuoricini che ci aspettano ogni settimana. Vedrai” mi dice. Una minaccia e una promessa. Poi tace di nuovo. Reclina la testa, socchiude gli occhi, sorride. Sto diventando un elfo.

“E io che dovrei fare?”.

“Intanto darmi del tu e chiamarmi Elisa”.

“Ciao Elisa”. Caruccio. Ho di nuovo l’occasione per uscire. E’ stato un piacere. Saluto Elisa, Gaudenzio e me ne vado.

“Ho pensato nella mia testolina che per questo numero ti occuperai dell’oroscopo rosa. E’ un compito non facile. Sono esigenti le nostre piccole birichine”.

Oroscopo. Non so che cos’è. Neanche quello dei grandi, mai letto, nessuna curiosità, non conosco nemmeno il nome dei segni zodiacali. Zero assoluto. Oroscopo e per giunta rosa.

“Le piccole birichine...” dico pensando ad alta voce.

“Bravo, vedo che sei già entrato nei nostri dolci pensieri. Io le chiamo proprio così. Sono come delle pesche appena colte. Sapessi come mi vogliono bene!” dice la Penna aprendo due pagine di una bozza disegnata dai grafici. Sono le due facciate centrali. Quelle del mio oroscopo.

“Non ne capisco molto di oroscopi...” provo a dire.

“Ohh...beh...ohh...questo non importa. Ti do io un libro. Vedrai che è facile”.

E poi hai un mese tempo, ometto. Ci sarà da ridere. Quando torno alla mia scrivania il caposervizio sta tenendo un sermone sulle origini di Paperinik. Ne discute con Adriano Baggi, l’uomo senza il quale Topolino sarebbe muto.

Baggi è un disegnatore, ma non sa nemmeno tratteggiare il becco di Paperino o le orecchie di Pluto o i piedi di Pippo, non inventa storie, né scrive testi. Baggi fa molto di più in realtà. Lui è l’uomo che scrive una per una le parole dei fumetti. Ogni sillaba, frase, esclamazione, tutto quello che sta racchiuso nel fumetto è opera sua. Le lettere tutte uguali, alte alla stessa misura, così precise che sembrano stampate da un computer sono scritte a mano da lui. Baggi entra al mattino alle sette e va via la sera alle otto. Tutti i giorni, anche il sabato. Un certosino. China le testa sui disegni, traccia il fumetto e ci scrive dentro. Dicono che ha un brutto carattere. Ogni tanto sbotta in dialetto quando non capisce che cosa ha scritto lo sceneggiatore e che lui deve copiare. Getta i fogli nel cestino e va a protestare dal direttore. Si ferma solo per la pausa mensa. Poi torna lì, nel suo angolo. Lentamente, prima a matita, poi a china, una lettera dopo l’altra, anni di fumetti, di storie, milioni di parole.

Ci metto due giorni a dare forma al mio oroscopo. I segni li metto in ordine d’alfabeto. Un grafico mi illustra l’impaginato. Lo zodiaco del mese ha uno sfondo verde chiaro, tra uno segno e l’altro, spiccano pianeti rosa, stelle gialle, cavalli alati, una Barbie in minigonna, arbusti in fiore, macchie colorate dai toni pastello. Fa schifo. Mi metto alla macchina e scrivo le previsioni. Ci metto un giorno. Nel tardo pomeriggio busso alla Penna. Sta scrivendo. Un tasto via l’altro. Ha i capelli raccolti a crocchia, ma una ciocca le cade sulle spalle. Quando mi sente si volta con una specie di sobbalzo e poi si allarga in un sorriso. Toc, toc, chi c’è qua? Le consegno l’impaginato, lei lo mette da parte e mi ringrazia. Tutto con calma.

Il mattino dopo l’oroscopo è sul mio tavolo. Non ha correzioni, è completamente rifatto. Mi affaccio dalla Penna. Tanto per capire. Il vicedirettore scuote la sua testa, fa scivolare gli occhiali sul petto, allunga le labbra come se volesse schioccare un bacio. Il testo va bene, l’ho copiato, è il linguaggio che non funziona.

“Più dolce, più tenero” dice tenendomi proditoriamente una mano. Più friabile forse.

“E’ che non sono pratico...”.

“Lo so, ma non ti preoccupare, in principio qui da noi è sempre così. Adesso lo rifai. Quando scrivi pensa alle nostre piccole bambine. Vedrai che andrà bene”.

Torno al tavolo. Mi rimetto davanti alla macchina da scrivere e fisso il foglio per un’ora. Sono già uguale agli altri. Adesso capisco perché stanno immobili. Rifaccio il mio oroscopo almeno sei volte. C’è sempre qualcosa che non va. La Penna corregge, tira una riga, sottolinea una frase. Questi segni zodiacali mi escono dalle orecchie. Sono trascorsi quasi due giorni, quindici ore lavorative, trenta fogli nel cestino quando sento di essere arrivato alla svolta finale, l’ultima battitura, quella buona. “Pesci. Oggi sarai una farfallina. Volerai tra un fiore e l’altro, ma la tua mammina saprà capirti. Un piccolo regalo dalla tua amichetta. Per la tua tosse basterà un sciroppino”. C’è tutto. Scuola, amicizia, salute. Alle cinque del pomeriggio mi presento dalla Penna. Sono stremato. Lei è sempre lì con la sua ciocca che sfoglia libri di cucina. Legge. Sorride.

“Bravo. Ci sei quasi. Vedi? E’ questione di scrittura. Le mie discolette sono esigenti, per questo bisogna fare bene. Però vedi qui...” E mi corregge l’ultima frase. Dove ho scritto “baci alle nostre piccole amiche” lei scrive : “ciotti, ciotti, ciotti alle nostre piccole amiche”. Ciotti? Sì come baciotti, sciocchino. Per fortuna. Per un secondo avevo temuto che la Penna avesse avuto una storia con Sandro Ciotti.

postato da: Sal alle ore gennaio 19, 2003 11:23 | link |
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gennaio 18 2003

Qui comincia questo Blog. Mi chiamo Sal,  Jack Kerouac in "On the road". Un romanzo che per quelli della mia generazione è stato una pietra miliare. Scriverò o meglio racconerò di giornali, di pettegolezzi, di cattiverie, di tutto quello che è accaduto e accade nel mondo dell'editoria. Una volta la settimana, la domenica, posterò infine alcuni annotazioni con fatti, personaggi e vicende realmente accadute.

Si comincia con Topolino, con il settimanale della Disney sono entrato alla Mondadori all'inizio degli anni Ottanta.

Disney Magic World

Entro per la prima volta nella redazione di Topolino un pomeriggio d’autunno. Fuori piove, l’aria è ormai fredda, le lunghe distese di prati ingialliscono verso l’inverno imminente. A Segrate la stagione del gelo arriva prima che a Milano, qui ci sono già brina, nebbia e strade ghiacciate. La Mondadori, in mezzo alla campagna, è un mondo a sé. Nel palazzo di vetro, con i suoi grandi spazi, il supermarket, l’ufficio postale, il ristorante, il bar, la libreria, l’aria condizionata, la luce diffusa, è come essere sempre nella stessa stagione. In alcune redazioni l’open space ha confini così vasti che lo sguardo si perde tra scrivanie e scaffali prima che possa arrivare oltre le finestre. Come a Topolino. Giornalisti, grafici, disegnatori, il Disney Magic World è qui.

Annuso l’aria mentre entro. Sono stato un lettore di questo giornale per buona parte della mia giovinezza. Ho la memoria storica di decine di avventure. Ricordi di domeniche all’edicola con mamma a comprare Topolino, delle foto sfuocate di Disneyland, dell’America degli anni Cinquanta. Ora sono qui. Esattamente nel luogo che ho immaginato per tutta l’infanzia. Se Paperino uscisse con il cappello con su scritto press gli darei una pacca sulle spalle. Collega. Mi viene invece incontro un capo servizio, si presenta, gli stringo la mano.

Parliamo, in attesa che arrivi il direttore. Il caposervizio mi indica una scrivania, lontano dalle finestre. Sarà il mio tavolo di redattore. Mentre chiacchieriamo osservo il resto della redazione. Sono tutti un po’ vecchi, silenziosi, stanno chini su fogli, impaginati, disegni. Ognuno ha un armadio alle spalle con una fila di cassetti. Una redattrice anziana, infagottata in un vestito grigio, grassa, le gambe pesanti, le pantofole infilate nei piedi, i capelli bianchi spettinati sulla nuca come se si fosse appena alzata da letto, gli occhi cisposi dietro un paio di occhiali rotondi, sta armeggiando in uno di questi cassetti. Tira fuori un foglio, lo guarda, lo rimette dentro e avanti così.

Un po’ più in là, dalla parte in cui sono entrato, una signora sta innaffiando un vaso di ciclamini, nel settore grafici c’è un gran silenzio. Alzo la testa e vedo un disegnatore piegato su un foglio, ha in mano una penna a china e sta ritoccando un’immagine. Lo fa con una lentezza impressionante. Quasi non gli vedo muovere la mano. Accanto a lui, un altro redattore ha lo sguardo fisso sulla macchina da scrivere. Cinque minuti. Sempre lì. Il suo vicino legge un libro, prende appunti, fa la punta alla matita. Un altro rovista in uno scaffale di libri. Silenzio, ovatta, tutti immersi in una specie di cotone.

Per un po’ ascolto il caposervizio che parla in continuazione. E’ l’opposto degli altri. Una specie di macchina tritaparole. Pizzica la zeta e perciò sputa anche. In venti minuti ripercorre tutta la storia della Disney, una noia pazzesca. Ha, tra i molti difetti che sono subito evidenti compreso quello di essere tifoso dell’Inter, un chiodo fisso, è convinto che tutti lì dentro assomiglino ai personaggi di Topolino. Vedi quello, non è Paperino? E lei, non è forse Nonna Papera? Guarda lui, non è il sosia di Gastone? E là in fondo, non è Paperone sputato? E io? Io cosa? Io non sono il fratello gemello di Ciccio di Nonna Papera? Ma quale Ciccio. No, sto per dirgli, tu sei una rottura di palle fenomenale. Va avanti altri cinque minuti con questa solfa insopportabile, accavalla gli argomenti, mi dice che ha sette figli. Capisco.

Il resto della redazione è fermo al punto in cui era venti minuti prima. La vecchia rovista, il nostro vicino di scrivania è ancora fisso con lo sguardo sull’Olivetti, l’altro tempera sempre la stessa matita. Altrochè Paperino. L’unico segno che accomuna questo dormitorio al movimentato mondo dei fumetti è una copia di Topolino che tutti hanno sul tavolo. E basta. E’ trascorsa meno di mezz’ora e mi sta andando in pezzi la leggenda.

Ecco Pippo, mi dice ad un certo punto il caposervizio. Pippo? A ridagli. Pippo sarebbe Gaudenzio Capelli, direttore e figura mitica della Disney. Entra in quel momento in redazione. Mi fa un gesto di saluto e m’invita a seguirlo nel suo ufficio. E’ ovvio che di Pippo non ha nemmeno la piega dei calzoni, ma non importa. Ne approfitto per alzarmi. Capelli mi stringe subito la mano. Sorride e lo fa in maniera amichevole. E’ un uomo molto gentile. Appesi alle pareti ci sono i ritratti dei personaggi Disney, come uno tiene i figli sulla scrivania Capelli ha Cip e Ciop.

Continua a sorridere e mi spiega, anche lui, che cosa è Topolino, la Disney, l’importanza di questo giornale per la Mondadori. Ascolto. Ogni tanto faccio una domanda, lui risponde e sorride. Non sono abituato. Se poi faccio una battuta, ride di gusto. Ha un forte accento milanese e sembra che gli piaccia quella sua parlata larga. Mi spiega quali saranno i miei compiti. Lo fa con toni garbati, quasi una rarità. Va avanti mezz’ora, fa lunghi giri di parole, interrotto dal telefono, dalla segretaria, dai colleghi che sembra si siano risvegliati dal letargo di prima mattina.

Il Bosco Incantato si stropiccia gli occhi. Sento persino un po’ di brusio. Da quello che mi dice il direttore capisco però che a Topolino avrò un ruolo marginale, dovrò occuparmi di un inserto dedicato allo sport per ragazzi, ma soprattutto Capelli ha deciso di affidarmi alle mani di Elisa Penna. Non so chi è, ma lei, la donna ombra del direttore, è già lì, dietro una fila di scaffali.

"Sei il nuovo? Piacere Penna" dice con un sorriso che va da un orecchio all'altro. Penna, credevo fosse un nome d’arte. Penna, per una giornalista è già il massimo, per una giornalista che lavora in un mondo di pennuti è addirittura incredibile. Quando si dice il destino. La Penna è il vicedirettore di Topolino e di tutte le pubblicazioni Disney, che sono una miriade. Anche del Manuale delle Giovani Marmotte, che rimane un libro cult in assoluto, uno dei dieci oggetti da salvare prima della distruzione del pianeta.

Elisa, come vuole che la si chiami, è da sempre il vice di Capelli. Nel senso più specifico del termine. Capelli direttore, Penna vice. Trent’anni così. Anzi, in tempi remoti, quando Topolino aveva ancora le braghe con i bottoni rossi, Capelli era un semplice redattore. La Penna già vice di un altro. Poi Capelli ha percorso tutte le tappe, ha superato la Penna e gli si è piazzato davanti. Direttore. Elisa c’è rimasta male e Gaudenzio sente da sempre, per questa ragione, un profondo senso di colpa nei suoi confronti. Così le lascia carta bianca.

Libera di decidere su tutto, escluso Topolino, che non si tocca. E’ il trono di Capelli. Passi per la carriera, ma Capelli traccia confini ben precisi nei ruoli, oltre i quali neanche la Penna può andare. Gaudenzio le ha riservato Il Giornale di Barbie. E’ una delle venti pubblicazioni che Capelli dirige e che fruttano alla Mondadori decine di miliardi all’anno. Barbie, la bambola sexy della Mattel. Un fiume di denaro.

Ho appena il tempo di stringere la mano alla Penna che capisco dove sto per andare. A Barbie, mi viene la pelle d’oca a pensarci. La bambola con le chiappe rotonde e le tette a punta che mia sorella vestiva e io svestivo. La Penna mi fa segno di seguirla. Attraverso la redazione seguito dagli sguardi dei colleghi. Ho l’impressione di vederli sorridere. In silenzio, ognuno fisso al posto di prima, la testa bassa ma con una sottile perfidia sulle labbra. Ci credo. Barbie, mi ripeto mentre entro dalla Penna.

Eccola lì. Nel trionfo del suo fascino perverso. Un manifesto formato gigante attaccato al muro. Barbie e Ken, il fidanzato che non si sa che cos’ha sotto il costume da bagno, mano nella mano davanti all’omonimo camper e all’omonima casa tutta dipinta di rosa. E’ l’ufficio della Penna. Ci sono montagne di Barbie disegnate. Libri, fotografie, gadget, come un negozio. Sono così preso da questo batuffolo rosa di ufficio che non mi accorgo che il vicedirettore mi fa segno di accomodarmi.

La Penna è una donna che ha più di cinquant’anni, di corporatura robusta, infagottata in abiti senza forma, capelli tinti di biondo, la faccia larga cascante, gli occhi chiari e acquosi. Una quasi nonna, nubile, solitaria, abita con un gatto a San Felice, quartiere di lusso davanti alla Mondadori. E’ una donna strana, umorale, capace di ridere spensierata e due minuti dopo piangere come una bambina. Prende da parte i redattori, li sgrida con il dito puntato in alto, poi si pente, torna in ufficio e piange. Ogni tanto cammina con brevi saltelli, altre volte si muove come avesse cento chili sulle spalle, spesso corre come inseguita da Ken in moto. Quando ti guarda tiene gli occhi chiusi a fessura, poi li spalanca di botto, parla con una specie di cantilena, muovendo la testa da una parte all’altra. Si tocca i capelli, guarda fisso negli occhi, ha poca memoria e spesso pensa ad altro. Ha la mania dei vezzeggiativi. Li usa in continuazione. Mi parla come se fossi una bambina.

“Barbie, chi l’avrebbe mai detto...” dico mentre mi siedo.

“Che caruccia, vero? ”.

“Insomma... ”

“Un tesoruccio di bambina”.

Volendo potrei uscire. Ora. Senza voltarmi indietro per non restare di sale. Rimango. La Penna di ogni vocabolo ne fa un diminutivo. Tutto è piccolo. Anch’io, forse.

“Non sapevo che esistesse un giornale così” dico per riprendere un po’ la conversazione. Lei mi fissa, contornata da un disegno che ha alle spalle dove si vede Barbie in groppa ad un cavallo alato verde pisello.

“Uhh, perbacco! Eccome se esiste questo giornale! Abbiamo migliaia di teneri cuoricini che ci aspettano ogni settimana. Vedrai” mi dice. Una minaccia e una promessa. Poi tace di nuovo. Reclina la testa, socchiude gli occhi, sorride. Sto diventando un elfo.

“E io che dovrei fare? ”.

“Intanto darmi del tu e chiamarmi Elisa”.

“Ciao Elisa”. Caruccio. Ho di nuovo l’occasione per uscire. E’ stato un piacere. Saluto Elisa, Gaudenzio e me ne vado.

“Ho pensato nella mia testolina che per questo numero ti occuperai dell’oroscopo rosa. E’ un compito non facile. Sono esigenti le nostre piccole birichine”.

Oroscopo. Non so che cos’è. Neanche quello dei grandi, mai letto, nessuna curiosità, non conosco nemmeno il nome dei segni zodiacali. Zero assoluto. Oroscopo e per giunta rosa.

“Le piccole birichine... ” dico pensando ad alta voce.

“Bravo, vedo che sei già entrato nei nostri dolci pensieri. Io le chiamo proprio così. Sono come delle pesche appena colte. Sapessi come mi vogliono bene! ” dice la Penna aprendo due pagine di una bozza disegnata dai grafici. Sono le due facciate centrali. Quelle del mio oroscopo.

“Non ne capisco molto di oroscopi... ” provo a dire.

“Ohh...beh...ohh...questo non importa. Ti do io un libro. Vedrai che è facile”.

E poi hai un mese tempo, ometto. Ci sarà da ridere. Quando torno alla mia scrivania il caposervizio sta tenendo un sermone sulle origini di Paperinik. Ne discute con Adriano Baggi, l’uomo senza il quale Topolino sarebbe muto.

Baggi è un disegnatore, ma non sa nemmeno tratteggiare il becco di Paperino o le orecchie di Pluto o i piedi di Pippo, non inventa storie, né scrive testi. Baggi fa molto di più in realtà. Lui è l’uomo che scrive una per una le parole dei fumetti. Ogni sillaba, frase, esclamazione, tutto quello che sta racchiuso nel fumetto è opera sua. Le lettere tutte uguali, alte alla stessa misura, così precise che sembrano stampate da un computer sono scritte a mano da lui. Baggi entra al mattino alle sette e va via la sera alle otto. Tutti i giorni, anche il sabato. Un certosino. China le testa sui disegni, traccia il fumetto e ci scrive dentro. Dicono che ha un brutto carattere. Ogni tanto sbotta in dialetto quando non capisce che cosa ha scritto lo sceneggiatore e che lui deve copiare. Getta i fogli nel cestino e va a protestare dal direttore. Si ferma solo per la pausa mensa. Poi torna lì, nel suo angolo. Lentamente, prima a matita, poi a china, una lettera dopo l’altra, anni di fumetti, di storie, milioni di parole.

Ci metto due giorni a dare forma al mio oroscopo. I segni li metto in ordine d’alfabeto. Un grafico mi illustra l’impaginato. Lo zodiaco del mese ha uno sfondo verde chiaro, tra uno segno e l’altro, spiccano pianeti rosa, stelle gialle, cavalli alati, una Barbie in minigonna, arbusti in fiore, macchie colorate dai toni pastello. Fa schifo. Mi metto alla macchina e scrivo le previsioni. Ci metto un giorno. Nel tardo pomeriggio busso alla Penna. Sta scrivendo. Un tasto via l’altro. Ha i capelli raccolti a crocchia, ma una ciocca le cade sulle spalle. Quando mi sente si volta con una specie di sobbalzo e poi si allarga in un sorriso. Toc, toc, chi c’è qua? Le consegno l’impaginato, lei lo mette da parte e mi ringrazia. Tutto con calma.

Il mattino dopo l’oroscopo è sul mio tavolo. Non ha correzioni, è completamente rifatto. Mi affaccio dalla Penna. Tanto per capire. Il vicedirettore scuote la sua testa, fa scivolare gli occhiali sul petto, allunga le labbra come se volesse schioccare un bacio. Il testo va bene, l’ho copiato, è il linguaggio che non funziona.

“Più dolce, più tenero” dice tenendomi proditoriamente una mano. Più friabile forse.

“E’ che non sono pratico... ”.

“Lo so, ma non ti preoccupare, in principio qui da noi è sempre così. Adesso lo rifai. Quando scrivi pensa alle nostre piccole bambine. Vedrai che andrà bene”.

Torno al tavolo. Mi rimetto davanti alla macchina da scrivere e fisso il foglio per un’ora. Sono già uguale agli altri. Adesso capisco perché stanno immobili. Rifaccio il mio oroscopo almeno sei volte. C’è sempre qualcosa che non va. La Penna corregge, tira una riga, sottolinea una frase. Questi segni zodiacali mi escono dalle orecchie. Sono trascorsi quasi due giorni, quindici ore lavorative, trenta fogli nel cestino quando sento di essere arrivato alla svolta finale, l’ultima battitura, quella buona. “Pesci. Oggi sarai una farfallina. Volerai tra un fiore e l’altro, ma la tua mammina saprà capirti. Un piccolo regalo dalla tua amichetta. Per la tua tosse basterà un sciroppino”. C’è tutto. Scuola, amicizia, salute. Alle cinque del pomeriggio mi presento dalla Penna. Sono stremato. Lei è sempre lì con la sua ciocca che sfoglia libri di cucina. Legge. Sorride.

“Bravo. Ci sei quasi. Vedi? E’ questione di scrittura. Le mie discolette sono esigenti, per questo bisogna fare bene. Però vedi qui...” E mi corregge l’ultima frase. Dove ho scritto “baci alle nostre piccole amiche” lei scrive : “ciotti, ciotti, ciotti alle nostre piccole amiche”.

Ciotti? Sì come baciotti, sciocchino. Per fortuna. Per un secondo avevo temuto che la Penna avesse avuto una storia con Sandro Ciotti.

postato da: Sal alle ore gennaio 18, 2003 19:17 | link |
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gennaio 17 2003

Venerdì, mattino. Dunque, il "dibattito" di ieri si è prolungato e per quanto Sal abbia giornate a disposizione ogni tanto qualche collaborazione arriva e così si è perso il meglio della discussione, che poi a quanto pare non c'è stata. Le posizioni, come sempre, si sono mantenute salde sul credo incrollabile di ognuno.

"Andremo al mare, come diceva il vecchio Bettino" ha sostenuto, quasi disinteressato, il forzista Pino.

"Tu vai dove vuoi, io ho già la matita copiativa in mano" gli ha ribattuto Nino, che è il doppio in volume di Pino e benchè faccia il meccanico sul suo biglietto da visita ha stampato una falce e martello stilizzati, molto carini.

"Allora vedo che siamo già in trasmissione" si è infilato Berto da dietro il suo banco e che prende sul serio il suo ruolo di moderatore formato televisione.

E lì, su questa apertura di Berto, la discussione è però subito finita. Tutti zitti. Argomento zero, indice di gradimento inesistente, interesse piatto. Il referendum a quanto pare non tira. Persino Mohammed, detto per comodità Manolo, nigeriano non ha distolto lo sguardo dalle olive che Berto gli aveva messo in un piattino. Va detto che le olive di Berto bisogna davvero guardarle bene prima di mangiarle, sono sempre un po' stantie, come un vecchio olio. Lui sostiene che le sue olive arrivano direttamente dalla Liguria, il fatto è che non dice "quando" sono arrivate.

Dibattito così moscio che si è subito chiuso quando è arrivato il Cavaliere, che non è Berlusconi. Questo Cavaliere è il geometra Fassio Camillo, titolare della Premiata Ditta "Tapparelle dal 1950". Il Cavaliere Mario ha una piccola azienda, in una delle vie più strette del quartiere, e costruisce tapparelle, tende, persiane. Per tutti lui è l'industriale del borgo. Il geometra Cavaliere ha alle sue dipendenze esattamente quindici operai. L'asse spartiacque dell'articolo 18, il punto centrale, l'uomo su cui Bertinotti fonda il suo pensiero. Il Cavaliere ha combattuto da partigiano per queste strade, è stato per anni l'uomo più ricercato dai fascisti, tra i primi, mitra in mano, ad entare nella città liberata. Medaglia d'oro della Resistenza. Un democristiano antifascista che tutti hanno sempre rispettato. Dalla sua fabbrica non ha mai mandato a casa nessuno, anche in tempi difficili. Mai lo farebbe, e fino a quando il comando sarà nelle sue mani nessuno potrà mai pensare di fare a meno dei suoi operai. Gli obiettivi di Bertinotti non lo sfiorano, non lo toccano ma lo fanno incazzare davvero di brutto. Perciò quando è entrato nel bar, per il solito Campari delle tredici, è bastato uno sguardo di Oreste per smorzare ogni battuta sull'argomento. Già poco convinte prima che arrivasse il vecchio Camillo. Massì, in fin dei conti questa storia del referendum si stava sgonfiando da sola. Sarà dura tornare a parlarne.

postato da: Sal alle ore gennaio 17, 2003 11:03 | link |
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gennaio 16 2003

Giovedì, pomeriggio. Ad un paio di isolati dalla casa di Sal c'è il "Vecchio Bar Sport". Si chiama così per distinguersi dal "Nuovo Bar Sport" che è a cento metri dal primo. E che a sua volta è a trecento metri dal "Bar Sport", l' "original" come sostiene Gastone, lo storico del quartiere. Sta di fatto che il "Vecchio Bar Sport" è assolutamente fedele alla prima parte del nome che porta. Ovvero, che è vecchio lo si vede subito. Anzi più che vecchio, è una schifezza. Di sportivo per contro non ha nulla, se non una coppa avvolta in uan ragnatela che il padre di Berto, l'attuale proprietario, vinse, pare, ad una gara di bocce negli anni Trenta. Ma che il padre di Berto, sciancato ad una gamba, fosse anche uno sportivo è molto dubbio. Tant'è.

Al "Vecchio Bar Sport" il giovedì all'ora di pranzo si riunisce quello che Sal, che come tutti i disoccupati ha del tempo da perdere, chiama il Comitato Politico dei Sette. Ovvero Berto medesimo, che di suo sarebbe socialista ma che non ha ancora capito quanti sono i partiti socialisti di oggi. Pino, lattoniere, ha sposato la "nana", cioè Margherita, di cinque anni più vecchia di lui, consigliera di quartiere per Forza Italia, dunque si considera un "azzurro". Nino, ha la foto di Bertinotti appesa in garage. Oreste il benzianaio, inquieto politicamente considera la "figa" l'unico faro nella notte. Gastone, democristiano di una volta, detto lo "storico" perché ha scritto un libro sulla storia di una piazza del quartiere. Manolo, ovvero Mohammed, nigeriano, che dai discorsi fa che fa potrebbe stare a destra di Pino Rauti, ma che per cautela dice di essere solo un osservatore della politica. Fin qui lo schieramento. I temi del giovedì sono molto variabili. Quasi sempre politica, mai sport, qualche volta le donne. Ma solo se la sera prima in televisione c'è stata l'elezione di Miss Italia o qualcosa del genere. Le Veline tirano abbastanza. Il moderatore è sempre Berto, che essendo anche il padrone del bar, vuole evitare degenerazioni sul tema e salvare almeno lo specchio dietro la cassa.

Berto è un po' come Bruno Vespa. Un conciliatore che spinge dalla sua parte. Ma lo fa con discrezione, anche per non perdere i clienti. Sal fa parte un po' della famiglia, ma non tanto. I giornalisti non capiscono un cazzo di niente, figuriamoci politica, dicono. E su questo c'è sempre stato un accordo totale tra tutti.

Al primo giro di "bianco spruzzato" la discussione comincia. Oggi al centro del dibattito il referendum sull'articolo 18, appena approvato dalla Consulta. E come sempre si aspetta che il primo cominci.

postato da: Sal alle ore gennaio 16, 2003 14:44 | link |
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gennaio 15 2003

Mercoledì, mattino. Per Sal è il giorno della cucina, un buon disoccupato deve avere qualche familiarità con i fornelli. Uno straccio di utilità, insomma. Il piatto di oggi è spezzatino con piselli e patate. Facile, elementare, una sciocchezza. Ecco la ricetta.

In una pentola a pressione scaldare lievemente una noce di burro, un filo d'olio, sale e una manciata di rosmarino. Sal ha una particolare antipatia per aglio e cipolla ma qui è evidente che, almeno quest'ultima, va aggiunta.

Preparare a parte la carne, meglio se il macellaio l'ha tagliata a blocchi piccoli con un po' di grasso attorno, e passarli appena nella farina. Quando burro e olio sfrigolano mettere la carne nella pentola e farla rosolare. A fuoco basso e appena un po'. Deve solo prendere colore, altrimenti diventa dura come un tronco di legno e poi sono cavoli vostri.

Quando la carne è rosolata aggiungere un mezzo bicchiere d'acqua e tre dita di vino bianco, rimestare tutto con tre cucchiai di sugo di pomodoro. Per quanto riguarda il vino non usate quello che non vi piace bere a tavola e che tenete lì per cucinare. Il vino deve essere buono, sempre, anche nella pentola. Così per il sugo di pomodoro, non prendetelo dalla scatola già pronto, preparatelo a parte con pelati e basilico. Chiudere poi la pentola a pressione e fare cuocere per 15 minuti.

Appena la cottura è terminata, lasciare che esca il vapore dalla pentola e aggiungere tre patate tagliate a blocchi e una scatola di piselli. I piselli vanno ovviamente scolati per non aggiungere tutta quell'acqua al saporito condimento. Aggiungere ancora un pomodoro fresco tagliato a piccole fette, in questo periodo è difficile trovarne di maturi e se ci sono costano troppo cari, vanno bene in questo caso anche i piccoli pomodori pugliesi adatti all'insalata.

Ora lo spezzatino con tutto il suo condimento deve cuocere 25 minuti, con il coperchio appena appoggiato e soprattutto va continuamente girato con un cucchiaio di legno, il rischio è che si attacchi al fondo della pentola e poi vi tocca lavarla a mano perché la lavapiatti non toglie le incrostazioni. La cottura delle patate è lenta, nel caso aggiungete ancora un po' di vino, o al massimo un dito d'acqua.

Lo spezzatino, che a Sal farebbe piacere chiamaste con il suo nome, è pronto. Il disoccupato ha assolto al suo compito. La prossima settimana altra ricetta, se vi garba.

postato da: Sal alle ore gennaio 15, 2003 10:31 | link |
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gennaio 14 2003

Martedì sera. Per Sa...

Martedì sera. Per Sal oggi è il giorno della spesa. Anna sua moglie lavora, uno stipendio arriva, qualcuno deve ben occuparsi delle faccende domestiche. A proposito di stipendi. Un giorno a Sal telefono un collega amico, caporedattore in un quotidiano."Vieni a trovarmi, vediamo che si può fare" gli dice. Puntuale Sal arriva all'appuntamento. Tutto è molto informale, come sempre tra colleghi, anche se Sal questo non l'aveva mai incontrato prima. Ma c'è un ostacolo. Sal ha una moglie che lavora e soprattutto non ha figli. "In fin dei conti il pane non ti manca" gli dice il caporedattore. "E poi sapessi quanti colleghi hanno famiglie numerose". Già. Un uomo della mia età, pensa Sal, con tutta quell'esperienza, può starsene a casa ad aspettare che la sera sua moglie torni. Evidentemente sì.

Dunque, giorno di spesa. Sal preferisce i supermercati. La spesa è più semplice. E poi sono un ritrovo di disoccupati. Crede Sal. A qualsiasi ora del mattino sono pieni di uomini, in evidente età da occupazione, che riempiono carrelli, portano borse, trascinano bambini. Ci sarà pur una ragione.

Un vecchio male in arnese oggi si è fatto pizzicare dopo le casse da un uomo della sicurezza. Aveva un paio di borse con merce acquistata, ma evidentemente gli addetti avevano visto qualcosa. Il giovane gigante ha indicato al vecchio una porta. Camminavano uno avanti all'altro. Il gigante prima, il vecchio dietro. Mentre stavano per infilare un uscio il vecchio tira fuori da una tasca un pacco e lo getta in un cestino. Entrano nella stanza e dopo cinque minuti la guardia esce, apre quel cestino e tira fuori l'involucro. Un panino con prosciutto avvolto nel cellophane. Il vecchio aveva rubato un panino. Sal guarda quel panino, il giovane guardiano rientra nella stanza. Dopo poco il vecchio se ne riesce con le sue borse di plastica, accompagnato dall'altro che lo rimbrotta un po', e se ne va verso il piazzale immerso nel sole dell'inverno. Il centro commerciale con un fondo di umanità. Merita una citazione pubblica. E' Auchan ed è onesto.

postato da: Sal alle ore gennaio 14, 2003 19:24 | link |
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gennaio 13 2003

Per un paio d'anni, subito dopo essere rimasto disoccupato, Sal ha battuto ogni pista, ogni traccia, ogni sentiero che lo portasse a riprendersi il suo lavoro. Ogni giorno dell'anno, feste e domeniche comprese. Incontri, colloqui, chiacchiere, mai una sosta. Ma appena uscito dalla nicchia si è accorto che tutto gli è sfuggiva, scivolava via, ogni occasione si è infilava per altre strade. "Potresti fare il free lance" gli disse un collega. Ma Sal del free lance non ha nulla, lui è un uomo, come si dice in redazione, di "macchina", uno che dĂ  il meglio nel casino, un organizzatore. 
postato da: Sal alle ore gennaio 13, 2003 14:07 | link |
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gennaio 12 2003

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Domenica, mattino. Per Sal disoccupato è un giorno come tutti gli altri. La differenza la fanno il silenzio della strada, i telefoni degli uffici davanti a casa che non squillano, il bar all'angolo quasi deserto. E' un po' meglio la domenica. L'assenza dei rumori del lavoro è importante. Così è domenica anche per Sal. Uscendo a comprare il giornale (Il Sole 24 Ore con quel magnifico inserto cultura) Sal ha incontrato un suo vicino di casa. Lui lo ha soprannominato Lino Banfi per una straordinaria quanto impropria rassomiglianza con l'attore. Il vero Lino Banfi, almeno sullo schermo, ha il volto giocoso del meridionale. Questo Banfi è sempre un po' incazzato. Un po', non tanto. Anche lui è disoccupato. "Da vent'anni" ha detto dieci anni fa a Sal. "Farei qualunque cosa pur di occupare le giornate" dice spesso. Il finto Banfi ha anche problemi di salute, è un brav'uomo che d'estate, nell'afa metropolitana, sta in canottiera sull'uscio di casa a pensare quanto è limpido il mare della sua Sicilia. Nella casa di Sal c'è un altro disoccupato. Abita al primo piano, può avere una trentina d'anni, e sta lì con i genitori. Ma sulla sua disoccupazione nessuno ha davvero una certezza.
Considerazioni di Sal. In genere le fa al suo amico benzinaio. Oreste. Anche lui al limite della disoccupazione. Se La Erg gli toglie la pompa chiude bottega. Oreste è l'unico a cui Sal ha confidato di essere un disoccupato. "Oggi per la prima volta ho scritto senza essere pagato" gli ha detto stamattina Sal. Magari poco all'inizio, molto di più negli anni seguenti, ma Sal per scrivere è sempre stato pagato. Oreste non fa sconti. "Tu sei scemo" gli ha detto. "Ma è Blog che è così" ha cercato di spiegargli Sal "E in un certo senso questa è la sublimazione della disoccupazione". Per molti anni davanti alla scrivania di Sal, nelle varie redazioni in cui è stato, sono sfilati colleghi a chiedere consigli, a offrire collaborazioni, a giocarsi la sua amicizia. L'aspetto positivo della disoccupazione è che sgombera il campo da tutte le falsità del mondo che hai intorno. Sono scomparsi tutti adesso. Forse è meglio così.



postato da: Sal alle ore gennaio 12, 2003 11:52 | link |
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